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First pages of the volume, freely accessible.

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SUVALE N. 7 - Luglio 1946 Giancoli Editore - Melone Sped. alt. post. - Gruppo III SE 0

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DUE GRANDI --- ROMANZI --- GLORI AUn ardito romanzo di vita contemporanea. La Missa solemnis di Beethoven ne è il fulcro e costituisce una parentesi di grande interesse.Volume di 420 pagine L. 450 --- Raffaele Calzini --- LAMPEGGI AAL NORD DI SANTELENAUn romanzo storico e avventuroso che ha per protagonista quel Santini che partì da Sant’Elena con una famosa “protesta” napoleonica.Volume di 524 pagine L. 300 --- EDITORE --- GARZANTI ---

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Il Sotto capo di Stato Maggiore generale dell'Esercito italiano dal 1939 al 1943 Generale FRANCESCO ROSSI non ha voluto scrivere, né un'autoesaltazione né un'autodifesa, ma dare invece una esposizione obiettiva dei fatti, una serie di osservazioni e di considerazioni sugli avvenimenti che portarono all'attuale situazione italiana, nel suo volume: COME ARRIVAMMO ALL’ARMISTIZIO Delineato in rapida ed efficace sintesi, l'ambiente in cui gli avvenimenti si svolsero, soffermatosi sulla situazione industriale e su quella dei trasporti, mette in rilievo le fasi essenziali dei colloqui del generale Castellano con i generali alleati con speciale riguardo alla missione a Roma nella notte dal 7 all'8 settembre 1943 del generale Taylor che provocò la partenza per Brindisi dell'A. e il conseguente suo colloquio col generale Eisenhower La difesa di Roma, la possibilità di impiego della divisione aviotrasportata americana e la responsabilità dei comandanti sono messe particolarmente in rilievo. È la storia del periodo più tragico della Nazione Italiana illuminata senza retorica dalla lunga esperienza e dalla comprensione di un esperto: la sintesi obiettiva della tragedia militare e politica italiana. Volume di 418 pagine L. 400 ALDO GARZANTI - EDITORE Già FRATELLI TREVES

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STILE 7 - 1946 LUGLIO DIRETTORE ARCHITETTO GIO PONTI UN ANNO ...

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SARIM MOSAICIVETROST - S. Giobbe 9241 Telefono 23145 - VENEZIA

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MISURE DI VITRUVIO L'unico messaggio giuntoci dall'antichità è, com'è noto, il De Architectura di Vitruvio, opera che dà alla sua riscoperta e pubblicazione avvenuta nel rinascimento per cura di Giovanni Sulpicio da Veroli nel 1486 fino a (tutto l'Ottocure) (Carlo Amati, A. Choisy) ha goduto di una fortuna senza tramonti né eclessi, tanto da poter essere considerata una pietra miliare del pensiero architettonico occidentale. La semplice scorsa di una bibliografia vitruviana ci offre il senso di questa presenza. Umanisti e Maestri di architettura, almeno per un lungo periodo di tempo, non hanno richiesto all'autore romano una norma e uno schema prefigurato, ma il mezzo per raggiungere un mondo meraviglioso di ordine e di saggezza. Appunto il fatto accidentale della perdita della parte figurata che si accompagnava dal testo, deprecata dagli eruditi, fu l'occasione delle splendide interpretazioni personali degli artisti — un esempio, ma non il maggiore, è la romantica traduzione di Cesare Cersiano, milanese —. Solo col versario del punto di vista, succedendo agli artisti i filologi, questa bibbia degli antichi, abituata alle cure amorate di Raffaello (ricordate la lettera al Castiglione: «vorrei trovare le belle forme degli edifici antichi, me ne porge gran luce Vitruvio») dei Sangallo, dei Scamozzi, dei Vigola, dei Serlio, dei Palladio, dei Bernini (il Maestro del barocco dichiarava di realizzare Vitruvio) ha cominciato a subire i primi sgarbi delle interpretazioni scientifiche. Ma ancora nel settecento l'esame del testo non andava disgiunto da una sorta di pieta religiosa; basterebbero convincerci pensare all'esemplare e quasi definitivo commento dei Poleni (Exercitationes Vitruvianae) o all'intéresse goethiano, allorchero nel suo viaggio in Italia, a Venezia, il poeta distribuò il tempo tra le visite al Palladio e le ricercie naturalistiche al lido era alle prese colla bibbia traduzione dei Galiani, un libro un po' ingombrante — notava e non soltanto a motivo delle proporzioni (è un grosso in-folio)...da leggeri piuttosto con devozione per istruzioni. Come un breviario. Ma d'altra parte, nello stesso secolo, i correnti intolleranti del neoclassicismo di origine francese col domandare al Maestro romano di paradigmi, delle verità indiscutibili di prosodia architettonica riproponevano con insistenza il problema della interpretazione scientifica del de architecture. Si procurava di dare alla bibbia architettonica il carattere vincolativo e dogmatico ignorato dai secoli precedenti. Operava inoltre l'esigenza critica del pensiero illuministico: l'esame dei passi controversi e oscuri, la discussione sulla originalità vitruviana, la ricerca delle fonti. Problemi passati ad età a noi più vicine e che segnano il definitivo tramonto, diremno, del Vitruvio mitico. Agli inizi del '900 il più ragguardevole contribuito alla soluzione del problema storico del de architecture è l'opera dedicata a quell'autore da Augusto Choisy, uscita postuma. Lo Choisy, architetto e insigne storico, ci offre il primo esempio di una traduzione scientifica del testo che viene preceduto da un volume fittissimo di analisi, iniziando dalle teorie generali, ai materiali degli edifici, ai procedimenti della costruzione, agli ordini architettonici, alle conoscenze dagli antichi connesse col'architettura, e seguito da un'ampia illustrazione grafica. Egli tuttavia mantenendo rapporto di simpatica e di ammirazione col'autore studiato. Omaggio tardivo, ma non inglorioso al sempre efficace spirito neoclassico francese. Rapporti non precisamente di simpatia, al contrario, pur nella pretesa di indagini scientifiche quelle istituti di tanta parte della critica nordica. Vendetta inconscia del residuale spirito gotico? non sembra. Questi autori si presentano come paladini della civiltà figurativa greca e cercano di abbassare Vitruvio all'inutile ruolo di ripetitore o di friddo grammatico. Vitruvio viene gratificato dei titoli di untuoso e insopportabilmente affettato, o anche di ciaraltano ottuso e ignorante... Non esiste cosa che egli non abbia mai compreso... o nella quale non abbia preso abbaglio. La polemica ha un obiettivo scoperto, quanto gratuito. La depressione della civiltà figurativa romana. Un quacherismo puristico che colla scienza ha ben poco da vedere, ma molto con l'animosità nazionalistica. La scienza dal canto suo si è già incaricata di rispondere a queste esecuzioni sommarie facendo toccare con mano l'alzezza artistica ad es. della ritrattistica romana, l'originalità di talune soluzioni struttive veramente innovatrici e piene di avvenire o la stupenda bellezza di alcuni frammenti di pittura pompejana, per cui atteggnemi dell'encontro si dimostranno più né meno che attestati di incultura. Una difesa efficace di Vitruvio non sarebbe potuta rimanere sullo stesso piano generico dei suoi denigratori, ma avere dovuto provvedere a intendere il valore critico e le intenzioni riformatistiche, ma sopratutto chiarerete la lezione del testo. È quello che ha fatto un architetto norvegesce Carl Johannes Moe¹) morto da poco, da cui attività di artista e di studioso è ancora poco nota in Italia. Lo studio vitruviano del Moe è la conclusione di un altro lavoro impostato dal norvegese nel 1930: Funksjonalisme: «Kurvatur-arkitektur og andre problemer»; e percì e nato non da sole esigenze filologiche, bensì sotto l'aculeo di esperienze di problemi modernissimi. Quali ad es. questi, che il funzionalismo non è una «scopera» dei nostri tempi, ma come esigenza architettonica implicita, ha operato in civiltà da noi lontane; — questo fu un pensiero caro al nostro indimenticabile Pagano — che l'architetture classica si può riportare a schemi elementari e tuttavia la vita (la bellezza) si trova sempre oltre questi schemi, nell'imponderabile che vi aggiunge l'architetto (le cosidette aggiunte di valere ottoco); che la ripetizione dello schema uccide ogni aspetto di bellezza e tuttavia i manufatti e le macchine tendono a una soluzione tipica definitiva ecc. Il Moe tiene presente il gran principio umanistico affermato nel libro III° della enciclopedia vitruviana: «La composizione degli edifici consiste nella simmetria della quale gli architetti devono scrupolosissimamente osservare il rapporto... questa simmetria si genera dalla proporzione che in greco si chiama analogia... nessun edificio può susistere senza simmetria e proporzione, cioè senza avere tra i suoi membri rapporti del genere di quelli che si trovano in un corpo ben conformato...». Il valore di Vitruvio — come il Moe riesce a dimostrare — sta proprio nella esemplificazione di quel principio, vale a dire nella sua capacità di lettore dell'architettura classica greca della quale rimane l'unica fonte essenziale andate perdute lo testimonianze di Ermogeo, di Ictino, di Atagarcio. Che Vitruvio potesse fornire la chiave per la interpretazione dell'architettura greca tutti gli studiosi hanno da tempo sentito, tuttavia l'indagine storico-archeografica non è andata molto più in là da una iniziazione generica sulle operazioni numeriche collegate al modulo (il diametro o il raggio della colonna). La verità è che, solo prendendo sul sera possibile capire la sistematica adottata dai greci. Vitruvio accetta l'ordine jonico e il corinzio ma è effettivamente interessato al solo dorico che vuole adattare al clima romano. In sostanza egli si trova in una posizione analoga a certi grandi maestri del rinascimento nei confronti dei modelli romani. Con un gioco accordo di spostamenti della colonne e dei triglifi d'angolo perviene ad un nuovo tipo di tempio che corrisponde al gusto romano della comodità e del grandioso, dove la moda dominante è fornita dall'allargamento dell'intercolonnio centrale: (l'incontro col'l'immagine del dio avviene nel modo più avegole e più solenne) con una semplificazione degli schemi che vuole opporsi alla sovrabondanza dell'architettura ellennistica. (I propeli damasceni ad es.) Elaborazioni rimaste allo stato di progetto, guidate dall'intento di fondere passato e presente e cioè Greca, Etruria, Roma e non realizzate in nessun luogo. Ma nel nuovo tipo vive l'impianto antico; il Moe l'ha ritrovato e cautelandonosi con rilievi e osservazioni fatte sul vivo delle costruzioni rimaste, è giunto a far luce in quella divina instrumentazione che costituisce l'organismo di un tempio greco. Un valore costante della simmetria vi triviana, il divisore 27, non è — come ha dimostrato il norvegese — un numero fantastico o un errore di copista, ma realmente un ritmo logicamente motivato e che viene osservato non soltanto nel Theseion. (Esso da la misura della larghezza della facciata — 27 raggi di colonna — le dimensioni del triglifo, dell'intercolonnio e della metopa, l'altezza dell'edificio che viene iscritta in un semicerchio che ha per diametro detta misura). Non una costruzione doria si sottrava alla regola (né il tempo di Afaja ed Egina, né i propie li di Atene, né il tempo di Posidone a Pesto, né il Tempo di Zeus à Nemea, né i mille altri disseminati nelle terre visitate dagli architettivi ellenici) eppure non vi sono due costruzioni uguali. Come è possibile ciò? Non si tratta di una norma capestro. È quello che la scienza non ha inteso, ostinatosà a ricercare l'osservanza assoluta dei schema, la sua ripetizione matematica, senza capire che ciò avrebbe significato la morte di ogni bellezza. Si tratta in verità di leggi dinamiche, come ben nota il Moe, che permettono infinite sfumature nell'ambito dello schema determinato dal tipo tradizionale: «non una libertà che desse adito a grandi stili, ma concedente tutto quel gioco di cui lo spirito creatore aveva bisogno per condurre alla perfezione quell'idea, quel tipo, quello stile...» Donde una verità metodologica di grande importanza: lo stile si crea in un processo che passa per mille correzioni. Quando questo processo è finito lo stile muore. L'indagine scientifica non aveva compreso il valore sovrorno delle «aggiunte» di cui parla Vitruvio: cioè 1) l'inclinazione delle colonne e della trabaezione, 2) l'aumento di diametro delle colonne esterne, 3) l'entasi — deplorata ad es. da un grandissimo archeologo, il Winckermann — laddove è uno degli acquerimenti piu sottili che diano vita, vera vita organica dalla colonna, 4) le curvature delle linee orizzontali (basamento, trabaezione). Inoltre — importantissimo — lo schema divisorio (il numero 27) non si applica costantemente alc' stesso punto, ma quando alla base, quando sotto l'architravare, quando considerando il raggio medio della colonna... L'architetto aveva dunque, nell'ordine, infinite possibilità. L'ordine corrisponde a un tratto tipico del genio greco: le teorisi, la conoscenza; ma lo stesso Platone ammoniva di guardare nell'edificio al di della figura tracciata in base al principio teorico, quella adattata, cioè la vivente. Colla scorta del Moe è possibile distriscutere l'altro aspetto della strumentazione ricordata da Vitruvio, l'analogia che pur vivenendo nella sua accezione elementare di corrispondenza o equaglianza di forme geometriche in seno ad una costruzione, dall'antichità attraverso il mediodice fino a noi, fu oggetto di ricerche e di chiarimenti non sempre fortunati. E proprio in virtù di queste finenze che l'architettura greca appare vivente: dove si rivela la pericolosità di certe assunzioni simboliche: la linea retta (orizzontale e verticale) chiamata a rappresentarla. In effetti nel tempio greco non una linea è retta né una superficie è piana. La divina convessità del Partenone scoperta al principio del secolo passato non è una singolarità ma la norma. Architettura «razionale», la greca dove l'idea, il tipo, lo schema non modificano la personalità ma la animano dal loro stimolo possente. È una lezione forse, quella che il Moe ci ha fornito, che può valere anche oggi in risposta a taluni che menano scandalo per la pretesa uniformità di alcuni tipi e di alcune correnti dell'architettura moderna. SERGIO SAMEK --- ¹) C. J. MOE: Numeri di Vitruvio, a cura di A. Nadiani. Milano, «Il Milione», 1946.

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CASA PER CINQUE APPARTAMENTI A CATANIA Arch. FABRIZIO CLERICI Arch. GAETANO FICARA Gli architetti Fabrizio Clerici e Gaetano Ficara, lombardo il primo e siciliano il secondo, hanno progettato la casa che qui presentiamo e che sta per essere costruita a Catania. Il quartiere ove la nuova costruzione verrà a trovar sede, se pur centralissimo e beneficato da molti giardini, è forse quello più libero ad ospitare opere edilizie che hanno sapore di novità. Catania non è una città comune, né tanto meno una città ove si possa situare un edificio rispondente alle odierne esigenze senza che l'architetto si trovi ad aver innanzi agli occhi invitanti quanto pericolosi esempi di un ben definito stile che fa appunto di questa bellissima città una fra le più unitarie d'Italia. Se due città in Sicilia devono la loro fortuna o la loro sfortuna a passate distruzioni telluriche queste sono precisamente Catania e Messina. Ma nella sciagura, a Catania toccò la sorte di essere rasa al suolo alla fine del seicento e di venir subito dopo riedificata con l'intervento di artisti che dell'arte del costruire ben s'intendevano. Messina, che attraverso la stessa calamità dovette passare al principio di questo secolo, quando cioè si erano perdute le fondamentali cognizioni dell'edificare, rinacque sacrificata e di questo suo complesso d'inferiorità porta ancora le Prospettiva. Planimetria.

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--- Prospetti verso strada. Le facciate sono in pietra pece, pietra di Melilli e lava. --- Prospetto verso il giardino. Rivestimento in pietra pece, lava e intonaco terranova. ---