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STILE ARCHITETTURA ARTI ARREDAMENTO CASA RIVISTA PER LA RICOSTRUZIONE Garzanti - Editore - Milano - N. 40 Aprile 1944 - Spedizione in abbonamento postale - Gruppo III Milano

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MONTECATINI UN NUOVO MATERIALE ISOLANTE: LA VIPLA La disponibilità di gomma sono attualmente limitate. Ma i conduttori elettrici per luce, lampade al neon, telefonia, campanelli, televisione, radio, possono venire vantaggiosamente ricoperti con Vipla • La Vipla, resina sintetica italiana, non è un surrogato di fortuna della gomma. Anche quale materiale isolante, la Vipla offre notevoli pregi: 1°) Evita la stagnatura del filo di rame; 2°) Si ottiene in colorazioni praticamente infinite, col vantaggio di differenziare facilmente i vari circuiti; 3°) Resiste all’invecchiamento ed è indeteriorabile a contatto dell’ozono; 4°) Presenta una resistenza alla lacerazione maggiore di quella della gomma; 5°) E’ incombustibile; 6°) Si lavora agevolmente. la materia prima dell’avvenire --- MONTECATINI • SOCIETÀ GENERALE PER L’INDUSTRIA MINERARIA E CHIMICA • CAP. SOC. L. 1.600.000 000 • SERVIZIO RESINE SINTETICHE • MILANO . VIA PRINCIPE UMBERTO, 18

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Ricostruzione il nuovo linoleum italiano ITALEUM LINOLEUM - SALPA - MILANO - VIA MACEDONIO MELLONI 28

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STILE RIVISTA PER LA RICOSTRUZIONE ARCHITETTURA, ARTI, LETTERE, ARREDAMENTO, CASA Direttore: arch. GIO PONTI Garzanti Editore - Milano, Via Filodrammatici 10 UN ANNO ...

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Quale è lo spirito della ricostruzione? per molti paesi ciò può anche significare solo ricostruire il distrutto, ridar la casa a chi l'ha perduta, ripristinare il numero delle abitazioni. Ma per l'Italia la "ricostruzione" è anche un'altra cosa, perché noi non dobbiamo soltanto riedificare, ma abbiamo due altri impegni: uno è di ricostruire nella sua bellezza quel nostro volto architettonico che ha mosso tutto il mondo verso di noi, l'altro è di nobilitate ancor più quel volto, e questa è la cosa più ardua, perché altissime sono le testimonianze del passato da superare. L'Italia è oggi divisa ed intimentamente straziata da posizioni mentali avverse degli italiani, posizioni che per la loro sede teorica assumono fatalmente il piglio inumano, inutile, assurdo ed antivitale della inconciliabilità. I compiti del nostro futuro, cioè i compiti della ricostruzione sono enormemente grandi e gravosi, sono quali forse la nostra storia medesima, pur tanto travagliosa e drammatica, non ha mai fin qui registrato. È folle che si debba andare incontro a quei compiti ed a quegli impegni senza almeno quella "unificazione degli spiriti" attorno a quei problemi pratici, che sola può risolvere. Le nostre condizioni saran- > “Che cosa vogliamo noi? — si chiede Gaetano Ciocca, l’eminente assertore della normalizzazione dell’edilizia, l’uomo alle cui parole ed al cui insegnamento ci rifac ciammo tutti — Noi vogliamo costruire — egli risponde ed assume il problema dal punto di vista del rigore tecnico e del bisogno — noi vogliamo costruire tutte le case di cui urge il bisogno al minor costo e col maggior valore. È necessario, per giungere a ciò, bandire l’empirismo ed agire metodicamente. Prima di tutto occorre stabilire un rigoroso metodo di misura del costo e del valore. Ossia: partire da una unità di misura”. Ciocca si sta sobbrancando il compito di fabbricare l’unità di misura, la casa campione, alla quale darà il nome di casa N. Noi vogliamo dare il massimo rilievo a questo suo assunto basilare. Ne sta valutando, con precisione minuta, il costo, il valore, il prezzo. Qualunque casa si vorrà misurare lo si farà rapportandone il costo, SPIRITO DELLA RICOSTRUZIONE Tutta la nostra storia è un ripetuto insegnamento di come dopo ogni invasione, e dopo ogni distruzione delle opere loro, gli Italiani abbiano risposto con opere sempre più belle e splendenti, e come nessuna offesa sia stata irreparabile e irreparata. Ciò deve essere ancora: e percìò la ricostruzione è, per noi, cosa dai artisti e non da fabbricatori soltanto. Gli artisti italiani — questa è la loro grande e perenne prova — ripareranno i monumenti riparabili, e li sostituiranno dove possibile con opere d’arte altrettanto nobili: eppoi quegli edifici e quei quartieri assolutamente incivili che il passato ci ha lasciato, pur accanto ai suoi monumenti, li sapranno sostituire con edifici e quartieri cento volte più belli. Con le nostre menti, con ispirazioni nostre, con materie nostre, con mani nostre, sarà ritatto per noi e per tutti questo volto d’Italia. Le nostre terre subiscono ora invasioni e strazi atroci: nel futuro anche il nostro lavoro dovrà subire fatalmente assestamenti e collaborazioni nuove, dall’industria all’agricoltura — e magari gli gioverà — ma arte, artigianato, industrie edilizie resteranno tutte nostre, e ciò che non soffriremo sarà una “invasione” artistica, né d’altro genere, nel ricostruire, nel riedificare l’Italia. Qui faremo da noi. Questo volto, affidato alle durevoli virtù delle nostre pietre, testimonierà per sempre dello spirito insopprimibile delle nostre arti che sono la espressione più profonda, naturale, vera degli italiani, quella che ci permetterà di andar sempre a testa alta fra gli altri popoli civili, da creditori. COSTRUIRE no così dure ed atroci, i nostri compiti così formidabili, il terreno da riguadagnare così tanto che le separazioni ostinate degli animi su “posizioni” di idee rappresentano la più nefasta follia. È su questo terreno pratico della “ricostruzione” che gli italiani debbono stendersi la mano, e ritrovarsi. Di questo problema della ricostruzione essi debbono conoscere tutti i termini: debbono smettere l’atteggiamento assurdo di relegare in sede tecnica, e lasciarle che altri se la spicci, ciò che invece ed infine interessa tutta la loro vita ed il loro avvenire. Negli altri paesi si procede. I lettori di “Stile” ne sono stati informati dagli articoli di Vittorio Bini: nei problemi particolari persino, come quelli dell’unificazione dell’edilizia (dai quali però dipende l’efficienza della “ricostruzione”) essi hanno istituito addirittura degli “architetti di Stato” che sono ad esempio lo Stratemann in Germania ed il Paquet in Francia ed i cui dettati sono considerati ufficiali. E l’Italia, chiediamo noi? È ora che l’opinione pubblica reclami l’opera dei competenti e dei tecnici: è ora che i tecnici si facciano avanti: è ora che l’industria si impegni in questi problemi. La ricostruzione sarà la nostra maggiore attività per decenni: essa dovrà essere poi un “costruire” più che non un ricostruire, sarà cioè l’occasione per correggere degli errori e non per ripeterli. Essa implicherà miliardi di opere: essa sarà il segno se siamo davvero un popolo vivo o se diammo un popolo morto. Cultura non è soltanto esercizio di lettere, filosofia, arte, storia etc. ma è partecipazione e conoscenza di tutti i problemi vivi della civiltà attuale e della loro tecnica. Occorre che molti ingegni italiani si aggiornino, creino un movimento nazionale, non disdegnino questi problemi pratici. Nelle risoluzioni pratiche e tecniche dei problemi generali sta la condizione per risolvere le esigenze espresse in termini concettuali. popolo: quando avremo liberato il mondo dal bisogno, i nostri desideri saranno cose legittime e potremo soddisfarli senza rimorsi”. > “Ciò che urge — dice Ciocca — è di preparare il piano del bisogno e di rinunciare a tutto ciò che è superfluo fino a che esso sia completamente portato a termine. Studiando il piano del bisogno edilizio si contribuisce a recare una pace durevole. Essa non può basarsi che sul riconoscimento dei bisogni di tutti, popoli ed individui”. > “Il piano del bisogno deve avere la precedenza su tutto, anche sulla libertà, anche sulle ideologie politiche, che in fondo, non sono che espressioni della libertà del pensiero. Il piano del bisogno non è politico. È superiore alla politica, ai partiti. Per prepararlo occorre chiedere ai partiti una tregua”. > “Oggi — conclude Ciocca — i problemi o si guardano da tutte le parti o non si guardano”. p. IL PIANO DEL BISOGNO il valore, il prezzo al costo, al valore, al prezzo della casa N di Ciocca. > “La casa N — dice Ciocca — non è un palazzo. Ma non è neppure una casa qualunque. Cerco di avvicinarla il più possibile alle esigenze del proletario. Pure cerco di adeguarla al massimo grado alle disponibilità nazionali, ossia vi impiego mattoni, calce, ferro, legno, ecc. in proporzione delle disponibilità nazionali. Così, dividendo il totale delle disponibilità per il quantitativo di materie occorrenti per la casa N ottengo subito come quoziente, il numero delle case prolatarie che si potrebbero costruire. Questo numero è sbalorditivo”. > “Dando alla casa N la funzione di casa campione o casa metro, non si pretende che si costruiscano soltanto caste N. Sarebbe come se quel francese da costrui il metro campione di Parigi avesse preteso che tutte le cose fossero lunghe un metro. Le cose (e le case) possono essere lunghe o corte: l’importante è di sapere quanto sono lunghe o corte. Ben vengano, quindi, tutti i progetti di case e di città, purché i progettisti si rassegnino a subire il freddo giudizio della misura”. Si potrà obiettare: dobbiamo proprio d’ora innanzi fare tutto col metro? Dove andranno a finire la fantasia, l’arte, l’amor di polemica? Risponde Ciocca: > “Noi abbiamo troppo fantasticato e polemizzato, con tristissimi risultati. Perché? perché non abbiamo abbastanza considerato che arte, fantasia, polemica, sono desiderii dell’uomo, e come tali anche se sublimi, vengono dopo i bisogni. E se i desideri non si misurano col metro anzi debbono essere liberi, ben si misurano col metro i bisogni, che sono obbligati ed uguali per tutti. Diamo quindi opera a soddisfare, anche se ciò ci costringe ad aride misure, i bisogni, ora insoddisfatti, del

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DISEGNO D'UNA CASA SULL'ALTURA Carlo Mollino ha accompagnato questi disegni d'una sua architettura con una lettera di spiegazione, per me, che doveva illustrarla; gli ho chiesto il permesso di pubblicare la sua lettera, e senza nulla alterare. Ciò spiegherà al lettore certe digressioni e l'andamento di questo testo che non era fatto per essere pubblicato. Ma ciò gli conserva intatta quella vivezza autobiografica che è insostituibile e che sarebbe certo scomparsa in una trattazione d'altro genere. Non mi pento dell'aver voluto pubblicare questa lettera a commento dei disegni di Mollino: l'architettura stessa di Mollino, artista, è autobiografica: questa è un "momento" della sua biografia. Aggiungerò che in quest'epoca nella quale siamo implicati nei più giganteschi avvenimenti della storia l'autobiografia è ciò che ha più valore, è l'espressione vera e legittima. Tutte le altre trattazioni che non impegnano noi stessi paiono distaccate, teoriche, avulse dalle condizioni d'esistenza nelle quali operiamo. G. P. Caro Ponti, Non vorrei profanare il Vangelo adattandolo per scopi d'architettura. Ma ecco che assieme al Vangelo trovo anche in questa vecchia casa di Rivoli il Viaggio di De Maistre che vorrò citare in seguito. Dunque: S. Luca IX, 33-35. “Pietro disse a Gesù: Maestro, è buona cosa per noi lo star qui; facciamo tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè e uno per Elia: non sapendo egli quel che si dicesse. Ma nel tempo che egli diceva questo, si levò una nuvola, la quale li involse...”. Per la “trasfigurazione” non altro tacito paesaggio, indiretto, e stupefatto si poteva creare. Pensa a quel monte, alla silenziosa estasi, che doveva generare quell'altezza erbosa, tra le nuvole. Forse Pietro pensava, col dir “padiglione”, appunto a quei padiglioni o tende dei re assiri, con mezze cupole e cortili, tiranti, cavi, insomma quasi case. Questa “casa sull’altura” che ti mando è nata un po’ così: è una proposta di padiglione in quel tale ambiente di paesaggio (v. prospettiva panoramica). Non è necessario dire il luogo; vorrei averlo determinato un poco con quei tratti di penna. La casa è una “tenda rigida”, un padiglione e altro insieme, oltre la tenda di caccia dell’assiro, che invano tenterei di descrivere se non l’avessi, come spero, descritta facendone architettura. Perciò qui, tra noi mi lascio andare alla parafrazi di quello che vorrei già aver detto esprimendomi in forme. Non vorrei aggiungere con le parole quanto là non è detto. Giudicherai tu. Tra amici, pochissimi, si può anche “sedere in pace” facendo un commento a se stessi. Ferme queste premesse dirò che mi sembra di aver fatto un sogno attico e minoico insieme e che infine, prima del risveglio, si è fuso nella serenità e nel silenzio di un chiostro: un chiostro laico. Al di là dell’opera stessa non ci si può spiegare che per approssimate analogie. Pure devo soggiungere che quasi tutte le cose mi nascono non so mai come; sovente, come questa, nascono proprio dal sogno del sonno; poi mi do d’attorno con massimo scrupolo e intransigenza per farle coincidere con una possibilità empirica, costruibile, adoperabile, visibile. E non è presunzione questa, non è eccezione. Penso qualche volta, mentre sospendo di disegnare e guardo in tralice il riflettore che mi sta in alto a destra, a quel tuo sottile disegno ceramico: “l’ispirazione”: scherzosa verità. Comunque originata (e del sogno e della persona che furono personaggi in questa “casa sull’altura” altra volta ti racconterò: c’è un alterco tra me stanchissimo, una dea e un nastro che, prima di un’au-stera cerimonia, non voleva anno-darsi “in quel modo del rito”), una opera è sempre un’alzata di fantasia: quale più audace alzata, e niente affatto letteraria, (o terribilmente letteraria, a seconda dell’an-golo) di quella che ha fatto mettere foglie d’acanto pietrificate al sommo dei pilastri? e mettere delle storie di marmo colorate dentro all’impec-capabile triangolo dei frontoni e su ar-chitravi? di appendervi dei teschi o bucrani? E tralasciando il pretesto della casa sull’altura” vorrei parlarti del mio sentimento del “nostro tempo” che non è già più quello pur fecondo e motore di opere bellissime e concrete che si può riassumere nella parola “funzionale” o in tante altre sorte parallele. Di dove nasce questa fantasia se non da un paesaggio interiore e insieme da una moralità del sentimento? Sentimento che in questo caso non si esalta più solamente al mito biologico della tecnica e della vita organizzata e gioiosa di tabelle e di vitamine, di ultravioletti e di pesi controllati e di scientificismo d’alveare, fine a se stesso. Troppo abbiamo dimenticato che la scienza non è solo serva della tecnica, ma anche e soprattutto sublime dialogo tra l’uomo e la realtà; questa la squisita facoltà che ci fa veramente uomini. Mito ben valido, quello tecnicista, a darci opere d’arte, (e le abbiamo bellissime) ma ormai insufficiente e ben sfatato. Dopo che cosa rimane? Terre promesse trovate invariabilmente arse e sterili. E nemmeno mi seduce, se solo, l’incanto ipnotico, fisiologico, di ritmi formali, quelli che sono il pretesto dell’albeggiare dell’ispirazione e della ricreazione estetica, ma non ancora arte. Non un’evasione dalla realtà, non un canto della decadenza, ma un dominio di quanto è il nostro mondo di conoscenza; una sintesi nel tempo e nello spazio, del bisogno quotidiano, della vita meccanica e biologica della materia oltre che dello spirito: “vivi e conosci”. E per spirito non intendo certo quello appoggiato all’aulicità irripetibile di un’epoca trascorsa, oggetto di una polemica ormai (almeno per noi) dimenticata e ben sepelta. E per evitare di continuare con ragionamenti (che non servono mai a nulla) dovrò mandarti soluzioni anche di problemi architettonico-sociali dove la composizione della controversia sarà affidata all’opera stessa; problemi ai quali mi lusingo di poter portare, in armonia con le responsabilità che ci attendono, più di quel pochissimo che fino a ieri mi fu concesso. In quanto al modo di cominciare a pensarli non posso far altro che citarti quanto ho già scritto sull’urbanistica in generale; chè è pur necessario cominciare a pensare in modo differente. Altrimenti, più comodamente, potrei mandarti dei disegni di fiori e di paesaggi fatti appoggiandomi alle armonie

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IMPOSTAZIONI CREATIVE PER L'ARCHITETTURA "...Questa grande superficie che illumina di luce diurna indiretta tutto il fondo della visione dall'ingresso, diviene a sera luogo di proiezione: una decorazione a colori che sale da verticale in parabola come albero colorato enorme; illuminante e mutabile a volontà..." aerodinamiche del cofano dell'automo- mobile, cose che un tempo mi ac- cadevano. In quanto al gusto della mia archi- tettura (che non ha nulla a che vedere con la concretezza estetica o meno della medesima) non posso dirti altro che è quello che è, chè non posso essere differente da me stesso in omaggio ad altri pur legittimi gusti che pos- sono in molti casi coincidere col mio come anche non coincidere affatto. In generale: la questione della mia architettura, chè tale la si volle vedere, benché già più di una volta ben chiarita da critici pro e contro, è caso che si presta in- vece alla illustrazione di uno degli ancora più imponenti miti della pseudo critica: quello dello scambio di una politica del gusto (sempre personale o di gruppo o dettata da necessità sociali e pratiche contin- genti) per canone estetico; ossia lo scambiare l'adesione ad una forma di sensibilità comune o, peggio, perso- nale del critico, per giudizio estetico Invece di vedere e concludere se vi è o no espressione, cioè fatto este- tico, si ricerca se vi è o no coincidenza con il proprio mondo o gusto, cioè quello del critico; legittimo sempre