Premières pages de l'ouvrage, en accès libre.
Page 9
STILE
ARCHITETTURA ARTI ARREDAMENTO CASA
RIVISTA PER LA RICOSTRUZIONE
Direttore: arch. GIO PONTI
Garzanti Editore - Milano, Via Filodrammatici 10
UN ANNO L. 210
Architetti, ingegneri, artisti e artigiani, studenti d'architettura e d'ingegneria . L. 200
UN FASCICOLO L. 21
Dir. e Red.: Milano - Via A. Saffi 24 - Tel. 42.500 - Ammin.: Milano - Via Filodrammatici 10 - Tel. 17.754 - 17.755
Concessionaria esclusiva per la pubblicità: UNIONE PUBBLICITÀ ITALIANA S. A.
Milano, Piazza degli Alfari, Palazzo della Borsa - Telefoni da 12.451 a 12.457 e sue succursali.
---
GIO PONTI, ARCH.
PROPOSTA GENERALE PER LA RICOSTRUZIONE
Occorre pensare che una “ricostruzione”, bene o male, avverrà: ciò significa che, se essa non riuscirà degna e con ordine, riuscirà brutta e disordinata. Brutta significa: il volto dell’Italia sfigurato per sempre: primo disastro. Disordinata significa: ricostruzione fallimentare, fermata a metà: secondo disastro.
Occorre pensare che la ricostruzione esigerà il concorso di tutti gli italiani: li riunirà: essa va tenuta in campo tecnico ed economico. Il piano del bisogno al quale essa deve rispondere, come dice Ciocca, deve poter contare sulla collaborazione di tutti, al di sopra dei partiti e delle opinioni.
Occorre pensare che la ricostruzione darà il lavoro alle masse che torneranno dalla prigionia e dalle smobilitazioni; darà il lavoro alle industrie smobilitate e sinistrate dalla guerra: sarà una resurrezione: darà un senso alla vita ed al nostro avvenire.
Occorre pensare che sulla ricostruzione si riverseranno caoticamente tutte le nostre forze, positive e negative, oneste e speculatorie, utili e parassitarie. Occorre per questo, difendere la ricostruzione.
Una gigantesca conversione.
Occorre pensare che si tratterà di una gigantesca conversione del lavoro italiano: non solo dalla guerra alla pace, ma da produzioni e mercati anteguerra, a impegni formidabilmente diversi e nuovi. Una conversione industriale verso produzioni e mercati che son nuovi per la grande industria. Basti dire che dovremo costruire venti milioni di vani, cioè per fare qualche esempio, tre milioni di gradini di marmo, trenta milioni di finestre, trenta milioni di porte, novanta milioni di metri quadrati di vetro, seicentoquaranta milioni di metri quadrati di pavimenti, cinque milioni di lavabi, di apparecchi d’igiene, cinque milioni di tavoli nuovi e di letti nuovi. Vi sarà un trapasso di produzione dall’artigianato all’industria; e un nuovo e diverso impegno affiancatore, formidabile, per l’artigianato.
Occorre pensare che tutto ciò non sarà possibile senza che vengano indette unificazioni perfette, coordinazioni esatte, senza che avvenga una cooperazione di tutte le forze più potenti e capaci e di tutti i cervelli utili.
Niente nuovi enti ma tutti al lavoro.
Ma veniamo al centro della nostra questione. In Italia le grandi organizzazioni burocratiche accentratrici rendono sempre meno della somma delle capacità individuali. Quelle sono sempre un freno e mai un impulso. Queste sono invece le nostre vere forze. Basta dar loro la buona direzione senza immischiarssene. Di fronte all’enorme impegno di lavoro di pace, un estetismo organizzativo potrebbe indurre a creare un “fabbrpace” come c’è stato un “fabbriguerra”. Per carità! Niente di tutto ciò! Occorre invece creare una convinzione generale verso direttive generali sovrattuto chiare, semplici, intelligenti e competenti (i mezzi e i fini della ricostruzione) e poi lasciar lavorare senza nessuna nuova struttura burocratica, nessun nuovo lusso e spesa di nuovi uffici: tutti quelli che son pronti e capaci, per lavorare hanno il loro ufficio, il loro telefono, la loro Olivetti; si adoperi quel che c’è, si disturbi la gente il meno possibile: niente nuovi istituti, niente nuovi “centri” e “commissioni” di studi e insediamenti pomposi: noi dobbiamo ottenere il meglio possibile più presto possibile colla minorc spesa possibile: stiamo alla larga di nuovi istituti, sedi, consigli di amministrazione e, direzioni, uffici tecnici e non tecnici, personale, organici, ecc.: le lavora per sprecarla in avviamenti nuovi: farla lavorare in casa sua, lasciare che ciascuno si mobilita da sé, entro linee generali sagge ed avvedute: dare via libera al treno della ricostruzione su binari esatti, sia per gli uomini che per l’industria. Mettere in chiaro questi punti della ricostruzione.
1) La ricostruzione deve anzitutto risolvere nel modo più civile il problema dell’abitazione cittadina e rurale, nel modo più vasto e meno costoso.
2) Il volto delle città e del paese deve essere ricostituito con nobiltà.
3) Questi postulati non si risclivono senza una trasformazione ed un coordinamento delle forze produttive.
4) Il patrimonio monumentale, dove possibile, va restaurato.
5) Gli errori che commettessimo nella ricostruzione ci saranno spaventosamente fatali e gravosi.
Architetti che intendano collaborare alla unificazione e normalizzazione industriale ed entrare in rapporto con industrie produttrici scrivano a Stile
varie organizzazioni tecniche private delle industrie sono fin esuberanti, noi s’è avuta una inflazione organizzativa! Ora basta solo far studiare e far lavorare chi è preparato e chiede soltanto di lavorare. Non rimuovere dal proprio avviamento la gente che
La ricostruzione è basata su tre elementi: materie prime, finanziamento, tecnica.
Le materie prime fondamentali sono quelle che sono. Dobbiamo fare il conto sulle nostre capacità reali e su ben presumibili comple-
Page 11
menti esteri, dobbiamo saper misu-
sare il passo, condizionate l’ lavoro a
tutto ciò, proporzionare gli impieghi
di materie, capire che questo lavoro
durerà più di un decennio.
Materie prime e finanziamento.
La grande industria ingaggi gli
uomini più competenti e preparati
fra i nostri ingegneri, li incarichi pro-
fessionalmente in quest’opera di anal-
isi preparativa essenziale e ne divul-
ghi i risultati. La conoscenza delle
condizioni entro le quali devranno
lavorare tutti è il più efficace incen-
tivo al coordinamento indispensabile
di ogni lavoro, cioè alla sicurezza
del lavoratore.
Non si creino grandi Commissioni
di studio per queste analisi: gli inge-
gneri che possono assolvere a termine
(cioè entro un dato tempo e breve)
questo compito, esistono: bastano
loro.
Analogamente si faccia per la
parte finanziaria. Banche e industrie
facciano conoscere tutti i possibili
procedimenti finanziari che possono
concorrere alla ricostruzione. Anche
qui non mancanci i competenti fra
gli uomini di banca e fra gli stessi
ingegneri. Il capitale che vuole es-
serе investiti nell’industria edilizia
deve essere destinato a quegli investi-
menti ed a quelle professioni che ri-
sondono meglio alla disciplina della
ricostruzione. Saremo poveri; nes-
suna dispersione e spreco, dunque.
Il finanziatore deve veder chiaro
nella destinazione di ogni sua lira.
Tutti gli accorgimenti della tecnica
finanziaria del mercato immobiliare
e dell’assistenza alla produzione deh-
bono presto esser messi sul tappeto
e presentati al legislatore, dove l’in-
tervento di questi sia proprio necessa-
rio: dai prestiti alle cartelle di cre-
dito edilize garantite da enti, dai
diritti di superficie ai pagamenti
in consistenza (comproprietà, cioè
divisione della proprietà con chi
aiuta a costruire) ai consorzi, alle
cooperazioni fra inquilini e propi-
retari, (convertendo in condominio
gli edifici da ricostruire o riparare)
al conferimento di stabili dei va-
lori di license di esercizio di negozi;
infine da tutti gli interventi di ca-
rattere assicurativo che si possono
escogitare e che sono in uso nel mondo,
a tutte le assistenze fiscali possibili.
Ma due cose sono basilari:
I) che i risarcimenti di danni siano
consolidati per la ricostruzione; il
danno risarcito non deve essere cioè
una liquidazione in denaro alla per-
sona del proprietario, che domani
potrebbe magari portarselo all’estero,
lasciandoci le macerie, ma deve es-
sere un valore alienabile, se uno vuole
avere del liquido, solo assieme all’e-
dificio. Il risarcimento deve essere
subito inteso come un contributo alla
ricostruzione, un valore acquisito al
rudere, al terreno, al bene immobile,
un suo diritto, un suo bene comple-
mentare, alienabile solo con esso,
mai separabile da esso, e importanti-
tissimo, corredato da un diritto di asse-
gnazione proporzionata di materiali.
2) Che tutti i contributi, le agevo-
lazioni, i provvedimenti del fisico,
delle banche, del credito mutuario,
dei consorzi, ecc., siano condizionati
alla disciplina, verso dettati urbanis-
tiche e tecnici che verranno istituiti
zona per zona.
Tutto deve convergere nella buona
ricostruzione, nulla deve potela con-
trastare. I provvedimenti finanziari
devono esprimere questa condizione.
Essi devono andare a chi concorre
alla rilotizzazione, ai consorzi, alla
disciplina della ricostruzione, ai suoi
fini, alla diminuzione dei costi, in-
fine alla utilità popolare alla quale
deve essere sovratutto dedicata la
ricostruzione, girando alla larga dai
monumenti.
* Ed ora veniamo alla terza questione,
quella tecnica.
Tutto alla preparazione.
In fatto di tecnica siamo enorme-
mente indietro. La nostra attrezzata
bibliografica è quasi inestensive.
La nostra attrezzatura produttiva
è da fare. L’unifizzazione è ai primi
passi (tre o quattro voci!). Di moduli
dimensionali non se ne parla ancora
(in Francia e Germania ci sono “archi-
tetti di Stato” per ciò). La casa
prefabbricata è di là da venire. La
nostra legislazione tecnica è arre-
trata e discordante. Ciò che è stato
fatto per la tipizzazione di mobili
e arredi è stato buffo. La prepara-
zione scolastica è insufficiente. La
preparazione professionale (architetti,
ingegneri, geometri, periti edili, in-
dustriali, costruttori, uffici tecnici
ecc.) a problemi di questa mole è
da attrezzare. I nostri uomini sono
dispersi, deviati, inutilizzati.
Le luci, in questo quadro, sono gli
studi di alcuni architetti (Ridolfi,
Libera, Pifferi, Mattioni, Bottoni,
Edallo, Diotallevi, e Marescotti, la
predazione e le esperienze di Gioce-
ca, i programmi del Sindacato Inge-
gneri di Milano, le documentazioni
del C.I.S.A.V., infine le iniziative
di grandi organismi di Milano, Torino,
Genova che mostrano di voler affron-
tare il problema in tutta la sua va-
stità. A queste iniziative va data il
massimo impulso, ma esse debbono
coordinarsi fra loro.
L’iniziativa dei quartieri di piccole
case del Comune di Milano rientrerà
in queste luci se per avvedutezza di
tracciati urbanisti, perfetti, con-
trrollatisimi, ambiziosi, quei quar-
tieri; non costituiranno un ripiego del
momento ma una vera e propria
indicazione per il domani, dei quar-
tieri modello, e se i tipi di case co-
strutti rappresenteranno essi pure
una indicazione tecnica per il futuro.
Questi quartieri son una “grande
occasione”, ma anche una grave
prova: occorre sgobbarci su, farne
un esperimento che serva.
Preparazione tecnica.
Ma una condizione preliminare
deve essere nella mente di tutti.
Oggi come oggi non possiamo co-
struire né produrre che poichissimo.
Oggi come oggi assistono, ed as-
si-steremo ancora, incapaci fe marle
e ad impedirle, a nuove distruzioni
di vite, di beni, di mezzi di lavoro.
Oggi non possiamo prepararci
ed attrezzarci che come studii, pro-
grammi e modelli. Le poche cose che
potremo costruire debbono tutte al-
meno realizzare una esperienza, un
modello per la grande impresa di do-
mani. Oggi prepararci: domani —
dice Le Corbusier — non avremo che
il tempo di decidere e di veder grande.
Oggi non possiamo che prepararci
ma dobbiamo prepararci.
Tutto va fatto in questo senso,
nulla fuori di questo senso.
Noi dobbiamo riformare, aggiorna-
re, unificare subito i nostri arretrati
regolamenti edilizi. Il nuovo regola-
mento edilizio di Milano, vergogo-
nosamente in gestazione da troppi anni,
uscirà vecchio. Occorre riprendere
promuovere e potenziare, coordinare
e controllare l’editoria tecnica; l’edi-
toria italiana deve concorrere in
pieno alla attrezzatura della ricostru-
zione con edizioni professionali da
un lato ed edizioni tecniche popolari
dall’altro. Farà dei buoni affari.
Pubblicazioni anche tecniche come
il Neufert, lo Strateman, ecc. debbono
essere tradotte e diffuse tra noi. (1)
Sono indispensabili alla nostra at-
trezzatura. Opere corrispondenti
italiane debbono essere promosse.
La stampa intera italiana deve
investire il problema attraverso la
vocе di veri competenti (incoragione
non consentire letteratura ed improvvi-
sazioni); i settimanali sostituiscano
certi sciocezzazzi cinematografici e
passatempistici con appassionanti pa-
ginе sulla casa e sulla vita, che inte-
ressano di più e instupidiscono di
meno. Concorsi coraggiosi debbono
essere banditi da enti e città, mostre
di materiali unificati, incorargame-
menti d’ogni sorta, ma vigilati, deb-
bono essere promossi perchè tutto
proceda su una unica strada. Istitu-
> Una grossa organizzazione chiede la collaborazione
> di un giovane architetto disposto a dedicare la sua
> carriera all’arredamento ed ai mobili. Servire a Stile
questa questione nel quadro di una
regolamentazione edilizia generale
che dia al lavoro direttive sicure, co-
stanti, a lungo termine. Mattioni
può dire qualcosa in questo campo.
Noi dobbiamo trasformare l’isti-
tuto consultivo e irresponsabile delle
Commissioni edilizie ed urbanistiche
in una Magistratura edilizia identi-
ficabile in individui responsabili che
si avvicendino nell’assolverne i doveri.
Le scuole e il sindacato.
Noi dobbiamo programmare anche
le scuole alla preparazione della ri-
crostruzione: i programmi scolastici
dei Politecnici, delle Facolta d’Inge-
gneri, e d’Architettura devono essere
orientati decisamente con questi ar-
gomenti che se pur contingenti sono
di tal portata da essere generali. I
“laureati di guerra” sono, tecni-
calemente, imprecati: occorre che li si
auiti in tutti i modi, che la prepara-
zione di degli vari si possa completare
con corsi suppletivi di perfecciona-
mento e specializzazioni: e che i temi
di studio siano, per gli ingegneri in-
dustriali, progettazioni di fabbriche,
di elementi d’edilizia e di arreda-
mento, studi di organizzazione di
cantieri, studi di procedimenti strut-
turali economici: e per gli architetti
e gli ingegneri civili, progettazioni
di edifici modello, progettazioni di
arredamenti tipici.
Il Sindacato Architetti deve sve-
glarsi dai suoi sonni romani, trasfor-
mare le sue funzioni fin qui anagra-
fiche in funzioni programmatiche e
coordinate. È un’epoca eroica della
architettura. Al Sindacato spetta
zioni come la Triennale non si smobi-
litino: ai loro futuri presidenti spetta
un campo essenziale di lavoro.
Tutte le forze.
Tutte le forze debbono essere recu-
perate, raccolte, riunite, impiegate
nelle preparazioni.
Tutti gli scritti, le menti, le voci,
le attività, tutti gli uomini che ser-
vono, debbono essere “immessi” nella
ricostruzione: vi debbono essere im-
messi, recuperati, anche quelli che
gli eventi hanno disperso o stron-
cato: tutti. La compagnia dei migliori
architetti italiani deve essere rio-
struita e completa, non saremo mai
abbastanza, il lavoro da fare è im-
messo, la responsabilità è quale non
s’è mai mista, accanto a noi non
deve mancare nessuno di quelli che
furono protagonisti del rinnovamento
d’architettura in Italia.
La “ricostruzione” è una impresa
di molti miliardi: voglio mostrare
in un prossimo articolo di l’impe-
gno di denaro rappresentato dal
preparatar, anche se affrontata con
larghe vedute, è in limiti tali, due
decine di milioni (e nemmeno tutti
di spesa, ma molti addirittura di
investimento reddititi) che non sono
nulla in confronto dell’enome indi-
spensabile beneficio che la prepara-
zione rappresenta, quello di dare una
sicurezza, indicando la strada giusta,
a tutto il nostro lavoro di italiani per
la ricostruzione, per decine d’anni.
Pochi milioni in rapporto a decine
di miliardi.
GIO PONTI
(1) La Casa Hopoli ci comunica che ha in pre-
paratione il Neufert.