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PUBBLICAZIONE BIMESTRALE. CONTO CORRENTE CON LA POSTA. VITORIO GRASSI ARCHITETTURA E ARÌ DECORATIVE RIVISTA D'ARTE E DI STORIA CASA EDITRICE D'ARTE BESTETTI E TVMMINELLI MILANO - ROMA NNO 1·MCMXXI FASC. II · LUGLIO·AGOSTO

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SOCIETÀ ANONIMA TENSI CAPITALE L. 2.500.000 INTERAMENTE VERSATO MILANO STABILIMENTI PER LA FABBRICA-ZIONE DELLE CARTE PATINATE PER ILLUSTRAZIONE E PER LA CROMO CARTE E LASTRE PER FOTOGRAFIA E RADIOGRAFIA

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SOMMARIO DEL II° FASCICOLO CARLO ANTI: L’arco dei Gavi a Verona, con 12 illustrazioni. ALBERTO TERENZIO: Restauri di edifici dell’antica Genova, con 20 illustrazioni. CARLO ALBERTO PETRUCCI: I camini di Roma, con 9 illustrazioni. GIUSEPPE ZUCCA: Un decoratore nostro: Duilio Cambellotti, con 20 illustrazioni. MARCELLO PIACENTINI: Il piano regolatore di Parigi, con un’illustrazione. Notiziario. Cronaca dei monumenti: Arte Moderna (m. p.) Concorsi: Per un ponte sul Tevere in Roma - Istituto professionale in Roma - Monumento per l’indipendenza brasiliana - Serbatoi a Villa Umberto I (A. FOSCHINI) - Monumento al Fante (II grado) (x) con 48 illustrazioni. Bollettino bibliografico: UGO MONNERET DE VILLARD - GUSTAVO GIOVANNONI - MARCELLO PIACENTINI: Recensioni. Commenti e Polemiche: (m. p.) con 1 illustrazione. NEL III° FASCICOLO G. LUGLI: La decorazione dei colombari romani. — G. GIOVANNONI: Un quesito architettonico del Chiostro di Monreale. — C. BUDINIS: L’architetto Arduino Berlam. — NOTIZIARIO: Cronaca dei Monumenti. — Il restauro della cappella Polentana in Ravenna (A. ANNONI). — Notiziario d’arte moderna. — ESPOSIZIONI: La mostra della “Famiglia artistica”, (P. MEZZANOTTE). — La I Biennale romana. — L’architettura (M. PIACENTINI). — L’arte rustica (A.MARAINI). — La mostra dei piccoli monumenti funerari (CINZIO). — BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO. — COMMENTI E POLEMICHE. NEL IV° FASCICOLO T. A.: Rilievo di un monumento della campagna romana. — R. MORPURGO: Gli edifici scolastici. — NOTIZIARIO: Cronaca dei Monumenti. — Concorso per villini ad Anzio. — Notiziario d’arte moderna. — BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO. — COMMENTI E POLEMICHE. NEL V° FASCICOLO G. E. RIZZO: Il teatro di Siracusa. — P. EGIDI: Costruzioni medievali della Siria. — M. PIACENTINI: L’architetto veronese Fagiuoli. — G. TORRES: La villa di Papadopoli di Brenno del Giudice e Guido Cadorin. — NOTIZIARIO: Cronaca dei Monumenti. — Concorsi. — Notiziario d’arte moderna. — BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO — COMMENTI E POLEMICHE. COMITATO DI REDAZIONE: Direttori: GUSTAVO GIOVANNONI - MARCELLO PIACENTINI Segretario di redazione: CARLO CECCHELLI Redattori: ARNALDO FOSCHINI - GIULIO QUIRINO GIGLIOLI - VITTORIO GRASSI - GIUSEPPE LUGLI - ROBERTO PAPINI REDATTORI CORRISPONDENTI IN TUTTE LE CITTÀ ITALIANE ED ALL’ESTERO. DIREZIONE: ROMA, Via Michelangelo Caetani, 32, Palazzo Mattei. AMMINISTRAZIONE: MILANO, Viale Monforte, 20. ABBONAMENTO ANNUO .. .. .. LIRE 150,— (ESTERO FR. 150.—) UN FASCICOLO SEPARATO .. .. .. 30,— (ESTERO FR. 30.—) Gli abbonamenti si ricevono presso tutte le sedi della Casa editrice BESTETTI & TUMMINELLI: MILANO --- — Viale Monforte, 20 --- Tefei. 29-16 --- FIRENZE --- — Pal. dell’Arte della Lana --- Telef. 43-06 --- ROMA --- — Via Mich. Caetani, 32 (Pal. Mattei) --- „ 37-97 --- NAPOLI --- — Via Pace (già D. Morelli) 14-16 --- GENOVA --- — Via Garibaldi, 2 r --- „ 49-75. --- LUGANO --- — Riva V. Vela, 1 --- „ 10-82 --- VENEZIA --- — Piazza S. Marco --- „ 1-16 --- PALERMO --- — Corso Vittorio Emanuele, 359 ---

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L’ARCO DEI GAVI A VERONA. Verona si accinge ad onorare la memoria di Dante nel sesto centenario della morte in un modo ben singolare: con la ricomposizione di un arco romano, il cosidetto Arco dei Gavi. Da esso, tramutatosi con il volger dei tempi in porta di città, usciva la strada sulla quale nel medioevo si correva il “drappo verde,”, festa popolare della quale l’Allighieri si ricordò quando Brunetto Latini riprese la sua corsa sfrenata sotto la pioggia di fuoco (Inf. XV, 121-124). Il legame non è molto stretto, ma l’ombra del Grande acconsentirà certo se in suo onore sarà compiuta opera così degna e così duratura, se in suo nome risorgerà il radioso monumento romano che egli vide ancora eretto nella sua compagine. L’Arco dei Gavi sorgeva in origine a cavaliere di una delle principali strade che in epoca romana conducevano a Verona, la Postumia, a poco più di 500 metri dalle mura, fra i sepolcri che, come in tutte le città romane, fiancheggiavano la strada subito fuori dalle porte. Esso cominciò molto presto ad essere coinvolto nella storia, intensa di guerre, che si è svolta sotto le mura di Verona. Forse già nel 69 d. Cr., durante le lotte fra Vitelliani e Flaviani, fu scavato un vallo ai suoi piedi. A giudicare dalla tecnica costruttiva della torre che gli sorse d’accanto, la cosidetta torre dell’Orologio (fig. 1), può darsi che prima l’imperatore Gallieno (265 d. Cr.) e poi il re Teodorico (500 circa d. Cr.), lo abbiano incorporato in un loro fortilizio avanzato a difesa della città o in un sistema regolare di mura; ad ogni modo al tempo del libero comune (XII sec.) era certo divenuto una vera e propria porta della città. Tale rimase per qualche secolo, fino a quando cioè, fra il 1324 e il 1325 Cangrande I della Scala portò la cinta murata alla linea occupata attualmente dai bastioni veneziani del Sammicheli e dalle opere più recenti degli austriaci. Fig. 1 - VERONA - LA TORRE DELL’OROLOGIO AL CASTELVECCHIO.

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Fig. 2 - IL CASTELVECCHIO E L'ARCO DEI GAVI NEL SEC. XVIII (Da una stampa del tempo). Il monumento venne così a trovarsi nel- l'interno della città e su una delle sue arte- rie principali. L'opportunità di un passag- gio angusto che facilitasse la difesa non aveva più ragion d'essere e cominciarono anzi a farsi sentire i molti inconvenienti che presentava una siffatta strozzatura in un punto di grande movimento. Nell'agosto del 1805, il Comando del Genio militare francese, istigato da una parte della municipalità veronese, eludendo la vigilanza e prevenendo l'opposizione dei migliori cittadini, faceva demolire la parte sopratera del monumento le cui *disiecta membra* dopo varie peripezie vennero messe al sicuro sotto le arcate dell'Arena, l'anfi- teatro romano che forma uno dei massimi fra i molti ornamenti di Verona. La parte inferiore rimase invece sepolta ancora per lunghe anni nel sito originario, nè è stata tuttora interamente ricuperata. Da quella data infausta il pensiero dei veronesi è stato volto costantemente alla necessità di ricostruire l'Arco. Subito dopo la demolizione, per deliberazione delle stes- se autorità francesi, nel 1866 in memo- ria del ricongiungimento di Verona alla nazione italiana, e in altre circostanze mi- nori, nel 1847, nel 1892 e perfino durante la grande guerra, parve che il voto ora- mai scolare dovesse avverarsi, ma non fu mai possibile vincere tutte le difficoltà che si opponevano al nobile disegno. Oggi un manipolo di nobilissimi uomini, capi- tanato dal Prof. A. Avena, direttore del Museo Civico di Verona, ha fermamente voluto riuscire ed è riuscito, chè oramai possiamo dire essere la ricomposizione del- l'Arco dei Gavi cosa sicura. Alla spesa complessiva, che non sarà inferiore alle 240,000 lire, concorrerà lo Stato per L. 60,000, la Provincia e il Co-

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mune di Verona per L. 30,000 ciascuno. Le rimanenti L. 120,000 sono state in gran parte già sottoscritte da enti locali e da privati cittadini, nobilissimo esempio di alto senso civico e di meritorio spirito di iniziativa, prova evidente di quanto si sia mantenuto sempre vivo nei veronesi il desiderio di veder risorgere questo bellissimo fra i loro monumenti romani e di come siano lieti di farlo quasi esclusivamente con mezzi propri. Dico questo perchè non molti anni fa uno studioso transoceanico, pensando che fosse sconosciuto a tutti ciò che era sconosciuto a lui, credette, insieme a varie altre cose, di aver “scoperto”, l’Arco dei Gavi e ne vide l’unica possibilità di resurrezione nell’intervento munifico di un miliardario americano. *** Possiamo avere un’immagine di come appariva l’Arco non molto prima della sua demolizione, da una stampa del principio del sec. XVIII, dove se ne vede la fronte interna, verso la città (fig. 2) e da un disegno della fine dello stesso secolo, che ne mostra invece la fronte esterna (fig. 3). Le membrature antiche si intravedono appena sotto le soprastrutture militari. Nel lato verso campagna sono perfino murate le nicchie che fiancheggiavano parte per parte il fornice e se non fosse per gli avanzi delle colonne e per il portale decorato, quasi non si sospetterebbe che sotto la grossolana costruzione si nasconda un arco romano. Bisogna credere peraltro che gli autori di questi disegni lavorassero a memoria e con alquanta libertà, perchè a giudicare dagli accurati disegni che potè eseguire il Seguier nel 1749 per il “Museum veronense,” di Scipione Maffei, la struttura del monumento era ben visibile almeno nelle sue grandi linee, fino alla trabeazione. In questi disegni peraltro, per il loro carattere scientifico, il Seguier, pur astenendosi dal reintegrare le parti mancanti, ha fatto scomparire tutte le costruzioni posteriori, mentre dalla stampa e dal disegno da noi riprodotti si riceve l’impressione vera, che l’arco doveva fare al grosso del pubblico contemporaneo. Dell’Arco dei Gavi prima della sua rovina abbiamo altri disegni che si collegano ai nomi più illustri dell’architettura del rinasimento. Agli Uffizi sono due disegni, uno, il n. 815, di Antonio da Sangallo il Giovane (1485-1546), l’altro, il numero 1382, di Giov. Battista da Sangallo detto il Gobbo (n. 1496), copia affrettata del precedente. L’arco è riprodotto anche nelle Fig. 3 - L'ARCO DEI GAVI SUL FINIRE DEL SEC. XVIII. (Da un disegno del tempo).

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“Regole generali d’architettura,” di Sebastiano Serlio (Venezia, 1537), nel “De origine et amplitudine civitatis Veronae,” di Torello Saraina (Verona 1540) per mano del pittore Giovanni Carroto, che inserì gli stessi disegni in altre sue pubblicazioni posteriori; e in quattro nitidi disegni di mano di Andrea Palladio, eseguiti fra il 1530 e il 1540 e conservati nella Biblioteca Comunale di Verona. Le figure 4, 5 e 6 danno un saggio di essi. Tutti questi disegni riproducono il monumento nella sua interezza, come era possibile ricostruirlo idealmente, misurandone le parti visibili qua e là, sull’uno o sull’altro lato e specialmente nella fronte verso la campagna, dove, nel fossato che fiancheggiava la strada, era scoperta in tutta la sua altezza anche parte del piedestallo. Gli avanzi del monumento, che, per avere un’immagine di questo, sembrerebbe dovesero essere interrogati per primi, sono ancora confusamente accatastati nei covoli angusti e oscuri dell’Arena di Verona, si che per ora è vano chiedere ad essi più che la cognizione di qualche dettaglio. Questa la ragione per la quale sono nell’impossibilità di fornire fotografie dei pezzi originali. Di essi tuttavia l’Architetto veronese Giuseppe Barbieri, nel 1812 fece fare delle esatte riproduzioni in legno a scala ridottissima, con le quali ricompose pazientemente l’Arco, lavoro preziosissimo per chi sarà chiamato ora a ricostruire effettivamente il monumento (fig. 7). * Da questo modellino in legno e dai numerosi disegni ricordati possiamo apprendere come era l’arco nella sua integrità. Due fronti principali, partite in tre zone da quattro colonne corinzie, sporgenti queste per tre quarti del volume dalla parete e poggianti su un piedestallo molto elevato. Le due centrali, legate insieme dal frontone triangolare, rinserrano il fornice principale, che ha un archivolto a tre fascie poggiate su pilastri corinzi decorati all’esterno da candelabre scolpite con motivi vegetali. In ciascuna delle due zone laterali una nicchia alta e stretta, con alto piedestallo e frontoncino, quindi una cartella con mensola e sopra questa, da collarino a collarino delle colonne, forse un doppio festone a rilievo. È molto dubbio se sopra la trabeazione esistesse anche un attico: è un problema che potrà essere risolto dall’esame accurato dei pezzi, quando saranno rimossi. I due lati minori, limitati dalle colonne esterne dei lati maggiori, che investendo gli angoli si affacciano anche da questa parte, non mostravano una parete piena come la quasi totalità degli archi romani, ma, pur senza che la costruzione possa chiamarsi un Giano vero e proprio, come altri monumenti romani consimili riconoscibili alla pianta quadrilatera, hanno essi pure un passaggio. Questo è costituito da un archivolto a due fascie, poggiante su una semplice cornice di impostazione, sopra il quale, per alleggerire ulteriormente la costruzione, si apre una finestra contornata da una semplice modanatura. L’interno dell’arco aveva un soffitto piano, del quale si è conservata buona parte di una delle sezioni laterali. La sezione centrale è probabile sia stata sfondata quando l’arco fu adattato a porta di città, per costituire fra il fornice esterno e il fornice interno quel cortile scoperto di difesa che era una

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$\text{Fig. 4 - VERONA, BIBLIOTECA COMUNALE - FRONTE E DETTAGLIO DELL'ARCO DEI GAVI}$ $\text{DISEGNATI DA A. PALLADIO.}$

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legge costante dell’arte fortificatoria antica. Il maggiore dei pezzi conservati (fig. 9) ci mostra un grande lacunare, ornato al centro da un clipeo con viso di Gorgone fra quattro rosoni, e ai margini da un giro di mensoline. Su uno dei lati vi sono poi tre cassettoni e altrettanti dovevano essere sul lato opposto. Così il pezzo raggiunge la forma e le misure adatte a coprire la parte interna dell’arco, fra il vivo dei pilastri del passaggio principale e i passaggi laterali. Un pezzo uguale doveva coprire la zona corispondente dall’altra parte. Non possiamo invece immaginare come fosse decorata la zona centrale del soffitto, amenoche non si riferisca a questa una lastra marmorea decorata a meandri, conservata pure fra i pezzi dell’Arco. La naturale ricchezza dell’ordine corinzio con la varietà della trabeazione a timpano, i pilastri a candelabri, l’archivolto ornato, le mensole, i festoni, davano al monumento un aspetto ricco accentuato ancora da altri elementi in marmo e in metallo, decorativi e figurati. Nelle quattro nicchie erano altrettante statue iconiche dei personaggi ricordati nelle iscrizioni incise sotto le nicchie stesse; qualche ornamento fu forse collocato sopra le mensole delle cartelle; il timpano era coronato da una bassa decorazione metallica e sui suoi piani inclinati, a giudicare dai casselli conservati, erano forse altre figure ancora. Proporzioni e motivi architettonici, elementi figurati e decorativi concorrevano così in un giusto contemperamento a dare all’Arco un aspetto di slanciata eleganza e di misurata varietà e ricchezza. Alcune misure possono dare un’idea della grandiosità della mole. I fornici principali sono larghi m. 3,55 (m. 3.552 = 12 piedi romani), i laterali m. 2,70 (m. 2,66 = 9 piedi), le fronti principali m. 10,73 (metri 10,65 = 36 piedi), le laterali m. 6,03 (m. 5,92 = 12 piedi). L’arco fino al sommo della trabeazione misurava circa m. 10,00 (m. 10,06 = 34 piedi), fino al sommo dell’attico, se ne era provvisto, m. 11,85 circa (m. 11,84 = 40 piedi), e poco meno se terminava con il semplice frontone. Come abbiamo già indicato per ciascuna di queste misurazioni, che forse non sono esattissime date le speciali condizioni attuali del monumento, esse corrispondono ad ovvie misure romane con a base il piede di 296 mm. Il piede romano è del resto facilmente rico-noscibile anche in altre membrature: per esempio, nelle due fronti, le due zone laterali piene e la centrale vuota misurano ciascuna 12 piedi. *** Molto interessante è la tecnica con cui il monumento è stato costruito. È tutto di pietra calcarea bianca veronese, proveniente pare dalle cave della vicina Valpantena, a blocchi accuratamente squadrati e sovrapposti a corsi regolari. È dunque una costruzione isodoma nella quale l’ordine corinzio è una veste esteriore, quasi una parvenza, senza funzione statica essenziale. Questa è assolta esclusivamente dalle quattro pareti, alleggerite ciascuna esteticamente e staticamente, dal fornice centrale. La costruzione è legata in basso dalle fondazioni, in alto dai tre lastroni marmorei del soffitto. I corsi di parallelepipedi squadrati sono quattro per il piedestallo (1 base, 2 vivo del piedestallo, 1 cornice), undici corrispondenti all’altezza delle colonne, tre per la

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$\text{Fig. 5 - VERONA, BIBLIOTECA COMUNALE - LATO E INTERNO DELL'ARCO DEI GAVI}$ $\text{DISEGNATI DA A. PALLADIO.}$

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trabeazione, più il coronamento che non è ben noto. Questi corsi variano leggermente di altezza fra loro, ma ciascuno mantiene l’identica altezza per tutto il giro del monumento. Solo per alcuni di essi l’altezza è stata determinata da elementi della decorazione e precisamente: dai capitelli delle colonne, dai capitelli dei pilastri dei fornici principali, dalle cartelle a mensola, insomma da quegli elementi che per la lavorazione più complicata dovevano essere ricavati da un unico blocco. L’altezza degli altri corsi è stata fissata senza criteri evidenti e così, per esempio, sono stati cavati da uno stesso blocco base e imoscapo delle colonne, parte dello zoccolo e parte dei pilastrini delle nicchie, la trabeazione e parte del frontoncino delle nicchie stesse. Quanto l’isodomia della costruzione sia stata precipuamente presente all’architetto e come, d’altra parte, le membrature dell’ordine con i loro vuoti e pieni avessero funzione più decorativa che statica, appare chiaro sulle fiancate del monumento, dove l’altezza delle finestre è stata determinata dai quattro corsi di parallelepipedi compresi fra l’abaco dei capitelli dei fornici principali e i collarini delle colonne, e l’impostazione dei fornici minori ha valore puramente decorativo perchè parte dal pilastro, la cornice e parte dell’archivolto sono ricavati da uno stesso blocco. A questa salda e organica compagine di parallelepipedi si addossano le colonne corinzie. Esse come si è detto, aderiscono alle pareti solo per un quarto del loro giro, così che, pur non essendo completamente staccate, si crea un sufficiente giuoco di luci e di ombre che dà loro pieno risalto. I singoli tamburi, corrispondenti ai vari corsi, sono ricavati all’incirca alternativamente, dallo stesso blocco che costituisce la parete oppure isolati e così questi rinserrati fra quelli formano un tutto saldamente connesso. I singoli pezzi erano legati verticalmente con perni di vario tipo, orizzontalmente da coppie di grappe metalliche, costituite da una verga quadra lunga circa 18 ctm., larga e spessa ctm. 2, con due appendici terminali leggermente espanse. È il tipo più semplice prediletto dai romani, identico per esempio a quello usato nella Porta Nigra di Treveri. Quando, prima di iniziare la ricomposizione dell’Arco, sarà scavato quanto ne rimane ancora di sepolto nel sito originario, sarà possibile accertare se per unire i blocchi fu usata anche calce o cemento e come furono fatte le fondazioni: elementi che potranno essere utili anche per la datazione del monumento. I minori dettagli decorativi, secondo la buona tradizione, furono finiti quando i pezzi erano già in opera. Questo è materialmente certo per la decorazione degli archivolti e dei pilastri, nonché per la scanalatura delle colonne, nelle quali i settori più prossimi alle pareti non sono scanalati appunto per la difficoltà di lavorare nell’angolo, ma è probabile anche per altri elementi specialmente delle nicchie. L’intima rispondenza che abbiamo notato fra le forme del monumento e la sua esecuzione tecnica, la quale induce a ritenere che questa sia stata preventivamente determinata in ogni più piccolo dettaglio, con piani regolari, dall’architetto stesso, trova una prova inconfortabile nelle sigle che sono scolpite su gran parte dei blocchi. Simili sigle, usate per facilitare la messa