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PUBBLICAZIONE BIMESTRALE. CONTO CORRENTE CON LA POSTA. VITORIO GRASSI ARCHITETTURA E ARII DECORATIVE RIVISTA D'ARIE E DI STORIA CASA EDITRICE D'ARIE BESTETTI E TVMMINELLI MILANO - ROMA ANNO I · MCMXXII FASC. VI · MARZO· APRILE

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I RADIATORI E LE CALDAIE “CLASSIC” SONO I PIÙ CONVENIENTI ED ECONOMICI PER IL RISCALDAMENTO PICCOLI APPARTAMENTI . . . PER CHIARIMENTI ED OPUSCOLI RIVOLGERSI AL REPARTO A DELLA SOCIETÀ NAZIONALE DEI RADIATORI MILANO VIA TOMMASO GROSSI, 7 — TELEFONO 10-300 --- CASA EDITRICE D’ARTE BESTETTI E TUMMINELLI MILANO-ROMA È STATA PUBBLICATA LA: II Serie di Studi d’Architettura Volume di 74 tavole in fototipia, formato 28 × 38, raccoglente i migliori saggi di ar- chitettura eseguiti dagli allievi della Scuola Superiore della R. Accademia di Belle Arti e nel R. Politecnico di Milano in questi ul- timi anni. In ricca cartella . . L. 125,— Rivolgersi a tutte le Sedi della Casa: MILANO, Viale Monforte, 20 — ROMA, Via Mich. Caetani, 32 — VENEZIA, Piazza S. Marco — FIRENZE, Palazzo dell’Arte della Lana — NAPOLI, Via Domenico Morelli (già Via Pace), 14-16 — PALERMO, Corso Vittorio Emanuele, 359 --- CASA EDITRICE D’ARTE BESTETTI E TUMMINELLI REPARTO INDUSTRIALE ESECUZIONE PERFETTA ED ARTISTICA DI OGNI LAVORO GRAFICO DI PROPAGANDA E RÉCLAME AFFISSI MURALI - CARTELLI RÉCLAME - CARTOLINE ILLUSTRATE - CATALOGHI - OPUSCOLI - ALMANACCHI DIPLOMI - ETICHETTE - STAMPATI COMMERCIALI IN CROMOLITOGRAFIA - FOTOLITOGRAFIA - TRICROMIA FOTOTIPIA - TIPOGRAFIA - ACQUAFORTE, ECC. PER BOZZETTI ARTISTICI - SCHIZZI E PREVENTIVI RIVOLGERSI A TUTTE LE SEDI DELLA CASA: MILANO (20) - Viale Monforte, 20 --- Telef. 29-16 --- FIRENZE - Palaz. dell’Arte della Lana --- Telef. 43-06 --- ROMA (15) - Via Mich. Caetani, 32 --- > 37-97 --- NAPOLI - Via D. Morelli (già Via Pace) 14-16 --- VENEZIA - Piazza S. Marco --- > 1-16 --- PALERMO - Corso Vittorio Emanuele, 359 ---

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SOMMARIO DEL VI° FASCICOLO G. QUIRINO GIGLIOLI: La tomba di L. Munazio Planco a Gaeta, con 16 illustrazioni. GUIDO ZUCCHINI: Disegni di Antonio di Vincenzo per il campanile di S. Francesco di Bologna, con 10 illustrazioni. MARCELLO PIACENTINI: Influssi d’arte italiana nel Nord-America, con 30 illustrazioni. GIUSEPPE TORRES: La Villa dei Conti Papadopoli in Vittorio Veneto (Arch. Brenno Del Giudice e Pitt. Guido Cadorin), con 22 illustrazioni. LIVIO SANTACROCE: Uno studio di edilizia dell’Arch. Giorgio Wenter-Marini, con 8 ill. Notiziario. Cronaca dei monumenti: con 8 illustrazioni. Concorsi: Il Pensionato Nazionale di Architettura (M. P.), con 10 illustrazioni. Notizie varie. Bollettino bibliografico: (G. GIOVANNONI - M. PIACENTINI - R. PAPINI). Commenti e Polemiche: (G. GIOVANNONI - M. PASOLINI - c.), con 2 illustrazioni. NEI PROSSIMI FASCICOLI MENSILI DEL II° ANNO C. CECCHELLI: Origini del mosaico parietale cristiano. — P. MEZZANOTTE: La prima Mostra Nazionale di Arte Sacra in Milano. — EDWIN GERIO: L’Architettura rustica nella contrada delle Sirene. — G. GEROLA: Per la chiesa italiana di Bolzano. — G. CHIERICI: Architetti ed Architettura del ’700 a Siena. — A. MORASSI: Chiese gotiche in Val d’Isonzo. — M. PIACENTINI: Walcot. — V. FASOLO: L’architettura degli edifici industriali. — G. FERRARI: Di alcuni disegni di A. Basoli. — A. MARAINI: Sculture decorative di G. Prini. — CINZIO: Il concorso per tipi di chiesette rurali all’Associazione Cultori. — L. SANTACROCE: Il concorso Pomilio per la sistemazione di una località di Monte Mario. — R. PAPINI: Arte decorativa. COMITATO DI REDAZIONE: Direttori: GUSTAVO GIOVANNONI - MARCELLO PIACENTINI Segretario di redazione: CARLO CECCHELLI Redattori: ARNALDO FOSCHINI - GIULIO QUIRINO GIGLIOLI - VITTORIO GRASSI - GIUSEPPE LUGLI - ROBERTO PAPINI REDATTORI CORRESPONDENTI IN TUTTE LE CITTÀ ITALIANE ED ALL’ESTERO. DIREZIONE: ROMA, Via Michelangelo Caetani, 32, Palazzo Mattei. --- Italia e Colonie --- Abbonamento a 6 fascicoli --- . . . . . . L. 150,— --- America del Sud . GermaniaAustria - Romania, ecc. --- Fascicolo separato . . . . . . „ 30,— --- America del Nord - InghilterraBelgio - Francia - SvizzeraSpagna, ecc. --- Abbonamento a 6 fascicoli --- . . . . . Fr. 150,— --- Fascicolo separato --- . . . . . „ 30,— --- AMMINISTRAZIONE: MILANO, Viale Monforte, 20. Gli abbonamenti si ricevono presso tutte le sedi della Casa editrice BESTETTI & TUMMINELLI: MILANO (20) — Viale Monforte, 20 Tel. 29-16 ROMA (15) — Via M. Caetani, 32 (Pal. Mattei) ,, 37-97 VENEZIA — Piazza S. Marco ,, 1-16 FIRENZE — Pal. dell’Arte della Lana Telef. 43-06 NAPOLI — Via D. Morelli (già Via Pace), 14-16 PALERMO — Corso Vittorio Emanuele, 359

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LA PENISOLA DI GAETA, CORONATA DALLA TOMBA DI L. MUNAZIO PLANCO, VISTA DALL'APPIA. LA TOMBA DI L. MUNAZIO PLANCO A GAETA. Nel maraviglioso canto dell’Inferno, nel quale Dante, creata una nuova leggenda dell’ultimo viaggio di Ulisse, celebra la brama del genere umano di conoscere per propria esperienza il mondo, e escorta l’Uomo a sollevarsi dalla vita dei bruti per seguire virtute e conoscenza, è ricordata Gaeta, presso il favoloso regno di Circe, dove Ulisse rimase più d’un anno prigioniero delle passioni. Gaeta, dice il Poeta, non era stata ancora così nominata da Enea: egli infatti leggeva nel settimo libro dell’Eneide il ricordo di quest’altra tappa nel fatal volo dell’aquila da Ilion ai lidi del Tevere, e sapeva che, come Palinuro e Miseno avevano di loro denominato i capi più a mezzogiorno, con un nome che avrebbe oltrepassato i secoli, così la nutrice di Enea aveva lasciato il suo a quest’altra penisoletta che si protende nell’azzurro Tirreno. Leggende tutte; ma che danno un soave profumo di semplicità agli albori della grande storia d’Italia. È ricca di leggende è tutta la bella costa del Latium novum in cui sorge Gaeta; ma non è questo il luogo di ricordarle, come non è il caso di ricordare le illustri vicende della piccola città, il cui doge Giovanni, nel 915 capitanava la spedizione che cacciò dalla foce del Garigliano i Saraceni, annidatisi nel cuore d’Italia; di Gaeta, la cui civiltà, nei secoli buì intorno al Mille, fu faro di luce nelle tenebre del medioevo e Architettura e Arti Decorative - Fasc. VI - MCMXXII.

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che poi, divenuta fortezza principale del regno Napoletano, si arricchi di secolo in secolo di monumenti, segnando con gli as-sedi suoi memorandi, il suo nome in cento pagine della storia italiana. Voglio solo rammentare che, nei tempi antichi, Gaeta non esisteva come città autonoma; ma era parte del territorio della vicina Formiae e che ebbe principio solo nel secolo IX, quando i Saraceni, distrussero Formiae e il Vescovo e il popolo formiano trovarono rifugio in quella penisoletta naturalmente forte, creando la nuova città. Al principio della nostra èra invece il territorio di Gaeta, celebre per il gran porto naturale, era coperto di ville di ricchi Romani. Tra questi fu Lucio Munazio Planco, il quale, in cima al colle che costituisce la parte più importante della penisoletta, volle erigersi una tomba monumentale. Planco è un nome che impariamo a conoscere dalla scuola nelle opere di Cicerone e di Orazio e questo basterebbe a destare il nostro interesse per il suo sepolcro, che sorge sull’altura, alta solo 168 metri, ma che sembra esserlo molto di più, innalzandosi solenne sul mare. Dalla sua vetta è dato godere uno dei più superbi panorami d’Italia, perchè lo sguardo spazia dal Circeo a Capo Miseno. Ma anche a prescindere da tutto ciò, la tomba di Planco merita tutta la nostra attenzione, essendo uno dei monumenti più cospicui del mondo antico, giunto pressochè intatto fino a noi, con l’epigrafe del superbo suo edificatore ancora a posto. Eppure esso è, si può dire, sconosciuto, più che per la posizione eccentrica di Gaeta, per il fatto che la città era ed è tuttora piazzaforte e il monumento è situato proprio nel mezzo delle fortificazioni. Anzi ora è usato come semaforo della R. Marina, uso che, se ha portato alla costruzione di un’antiestetica sopraelevazione, non ha peraltro intaccato sensibilmente la sua colossale struttura. Mentre quindi si trova, come vedremo, menzionato e rappresentato in antiche opere, è ignorato dalla moderna scienza archeologica tanto che il Rivoira, per esempio, nella sua Architettura romana, testé pubblicata, non lo nomina neppure e, parlandone, si ha quindi quasi la coscienza di fare una scoperta. Pur non potendo ora scrivere su questo monumento quella monografia che sarebbe opportuna, credo far cosa gradita ai lettori della rivista, comunicando le notizie che di esso ho raccolto negli antichi scrittori e gli appunti da me presi sul luogo, quando potei accuratamente visitarlo alcuni anni fa. Ricordato per l’epigrafe sin da Ciriaco d’Ancona, fu disegnato da Giuliano da Sangallo e da Baldassare Peruzzi, ne parlarono gli storici napoletani e gaetani; ma il cenno più importante sull’argomento è quello del De Boissieu (¹) nella sua opera sulle iscrizioni di Lione, uscita alla meta del secolo scorso; ma anch’essa per la sua speciale natura provinciale, rimasta quasi ignorata tra noi. Il De Boissieu, nella breve monografia del fondatore della sua città, parla della sua tomba, della quale dà una pianta e riporta le misure che per lui prese un capitano Brunner del 2° reggimento svizzero delle Guardie napoletane, allora di guarnigione a Gaeta. Le misure da lui date in palmi napoletanì furono da me ridotte al sistema decimale e controllate con

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$\text{Pianta della sez. A-B}$ $\begin{array}{c} \text{A - Porta} \\ \text{B - Corridoio} \\ \text{C - Cella occupata dalla scala moderna} \\ \text{C}^1 \text{ Celle} \\ \text{C}^2 \text{ Cisterna} \\ \text{C}^3 \end{array}$ $\begin{array}{cccccc} 0 & 1 & 2 & 4 & 6 & 8 & 10 \text{ metri} \end{array}$ PIANTA DELLA TOMBA DI PLANCO. quelle da me prese personalmente sul monumento, prima di conoscere l’opera del De Boissieu, e poi col rilievo ufficiale fatto nel 1885. Mi risultano in massima abbastanza esatte; esattissimo è l’insieme della pianta. L’ho presa quindi per base nel tracciare quella che pubblico dopo averla a sua volta controllata con quella fatta al momento della cessione del monumento al Ministero della Marina, avvertendo che naturalmente, per un elementare dovere di riservatezza, non ho rilevato tutto ciò che si riferisce al moderno semaforo. La grande costruzione è di forma perfettamente circolare. Posa sulla roccia della sommità del monte e ha un’altezza di m. 13,20, dal piano di posa al cornicione compreso. Su esso sono le tracce dell’attico di circa m. 0,75. La circonferenza esterna è di m. 92,68 e il diametro, per conseguenza, di m. 29,50. Il monumento consta di un grosso muro perimetrale, di m. 2,68, rivestito esternamente di travertino e, dalla parte interna, di un perfetto opus reticulatum. Di tale opus reticulatum sono anche rivestite tutte le altre costruzioni nell’interno del mausoleo. Si entra per una porta, alta m. 2,25, larga m. 1,25, incorniciata da una mostra riccamente modinata e situata sopra lo

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$\rho A \longrightarrow$ SEZIONE DELLA TOMBA DI PLANCO. zoccolo. Vi si giunge perciò per una scala di pochi gradini. L’andito, ha le pareti leggermente divergenti, superiormente è a volta, e sbocca in un corridoio circolare che gira tutt’intorno alla mole. Tale corridoio è alto ben 9 metri, coperto da una volta grezza e in alto, all’impostatura della volta, presenta nicchiette rettangolari (a cominciare da una sopra la porta d’entrata) in numero di otto, distanti tra loro di 45°. A destra dell’entrata, appoggiata al muro perimetrale, fu, in tempi evidentemente medioevali, costruita una scaletta, larga un metro, per accedere alla terrazza superiore, per uso dei soldati di guardia. Ne parla il Gesualdo alla metà del secolo XVIII $^{(2)}$ e esisteva ancora nel 1885; ora ne resta l’arco del pianerottolo superiore, ormai inaccessibile. Dopo la demolizione si è potuto constatare che la scala era stata semplicemente appoggiata al reticolato, senza danneggiarlo in nessun punto. Internamente è il nucleo del monumento, nel quale si aprono le celle disposte a croce, come si vede dalla pianta. Devo però notare che soltanto quelle indicate con le lettere C $^{\prime}$ e C $^{2}$ sono accessibili, vuote e perfettamente conservate, e furono da me visitate. In quella davanti alla porta, che doveva essere la principale, fu costruita la moderna scala del semaforo, che ne ha totalmente mascherato l’aspetto. Al tempo del Brunner e ancora nel 1885 era intatta $^{(3)}$ . La quarta cella (C $^{3}$ ) è una cisterna. Non ho potuto ispezionarne l’interno; ma dalle piante antiche e dalle presenti governative, sembra sicuro sia perfettamente uguale alle altre, con le sole modificazioni, specialmente alla porta, per poter contenere l’acqua. Questo uso di cisterna già esisteva al tempo del Gesualdo, che ne parla però in modo assai confuso. Infatti egli, dopo aver affermato che il monumento ha tre “cappelle”, come le chiama lui, e non quattro, come aveva scritto il Pratilli $^{(4)}$ , soggiunge: « e fuori del luogo che occupano le dette cappelle, l’altro vacuo consiste in una gran cisterna »; quindi, pur ritenendo che tutto fa credere essere la cisterna nient’altro che una cella adattata a quell’uso, non posso non lasciare ancora indecisa la cosa. Le misure della cella C $^{\prime}$ sono: profondità m. 4,37; larghezza m. 3,60; l’altezza fino al sommo della volta grezza che la ricopre è di 10 metri. In fondo si apre un nicchione rettangolare di m. 2,70 di lunghezza, in modo da lasciare da ogni parte uno spigolo di m. 0,45. È profondo m. 1,03 e alto m. 3,80. Nella cella si entra dal corridoio per un andito di metri 1,68, alto m. 2,47: la porta è larga m. 1. Li il reticulatum è limitato, come d’uso, da pilastri di mattoni. Sopra la porta è, tanto esternamente che internamente, un architrave di un sol pezzo, su cui è una piattabanda di mattoni con un arco di scarico, pure in

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mattoni. La mostra è di pietra lavorata e in alcuni punti splendidamente conservata. Sulla soglia è un gradino alto m. 0,23 dal quale poi si discende nel piano della cella che viene ad essere lo stesso del corridoio circolare. In alto si notano due incavi per i cardini delle imposte: essi sfuggirono al Gesualdo che afferma mancarvi qualsiasi segno dell’esistenza di porte. Identica è la pianta della cella C², della quale dò anche la sezione. Trattasi di ampie camere sepolcrali, di dimensioni sostanzialmente identiche, che dovettero conservare le ceneri del munifico costruttore e della sua famiglia. Come sia costruito il nucleo, non mi è riuscito di vedere, è verisimile non si scostì dall’uso di farlo in opera a sacco di schegge di roccia locale conglobate dalla calce con i resti della lavorazione del travertino del rivestimento esterno. Non saprei dire se sia compatto, come si trova generalmente in simili costruzioni e come assicurano sul luogo, oppure se vi siano intercapedini vuote. Il dubbio sorge perchè il caso esiste in altri mausolei, come in quello detto “l’Atratina” presso Gaeta, del quale ho in corso un’illustrazione e perché il Gaetani d’Aragona (5) nel parlare della tomba di Planco dice: “internamente è un circolo formante quattro camere, divise da un muro a croce”. Ma l’opera del Gaetani è troppo spesso inesatta per dare soverchio peso alla sua osservazione, che potrebbe essere solo una sua ipotesi, sull’esempio appunto dell’Atratina a lui ben nota. Nè nelle celle, nè nel corridoio c’è traccia di pavimento, come pure nessun indizio dell’esistenza di intonachi, affreschi, mosaici. Come percìò non ricordo neppure le discussioni sull’uso del monumento, creduto da alcuni tempio e perfino terma e le leggende degli oracoli che ci si dovevano rendere; così non mi fermo su quanto dice il Grutero (6) e ripeterono altri, che le celle fossero un tempo ricoperte di marmi splendidissimi e lucidissimi, che riflettevano la luce. Già il vecchio studioso adoperava in realtà il tempo passato e nulla ci autorizza a credere vere le sue mirabolanti affermazioni. Non meno notevole è l’esterno che si presenta interamente rivestito di travertino ed è intatto. In basso è uno zoccolo, di cui dò uno schizzo del profilo, che forma la base, su cui si innalza la mole: la sua altezza è quindi varia secondo il terreno e raggiunge circa m. 2 davanti alla porta. Ho già notato che su esso si apre la porta e che il piano dell’interno è quindi sopra lo zoccolo stesso. La mole cilindrica è rivestita di grandi conci rettangolari di- PROFILO DELLA BASE DELLA TOMBA DI PLANCO.

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LA TOMBA DI PLANCO DISEGNATA DA GIULIANO DA SANGALLO (BIBLIOTECA VATICANA). sposti a file regolarmente sovrapposte. Termina in alto con un fregio dorico, in cui ai trigliti sono alternate metope, adorna ciascuna di un bassorilievo con simboli guerreschi (corazze, trofei, scudi, elmi, schinieri, ecc). Sovrasta il cornicione, aggettante circa mezzo metro, benissimo conservato sul lato settentrionale, dov’è la porta, in gran parte mancante dalla parte opposta. Superiormente doveva finire con una merlatura. Ciò fu già notato dal Grutero e, benché altri scrittori lo neghino, mi sembra sicuro. Si distingue infatti anche presentemente e più ancora si distingueva prima che sul mausoleo fosse situato il semaforo. Ciò suggerì evidentemente l’idea al restauro di Giuliano da Sangallo$^{(7)}$ nel disegno del codice vaticano Barberini, pubblicato da Ch. Hülson. Il celebre architetto fiorentino dovette visitare il monumento nel suo viaggio a Napoli del 1488-89, e ne schizzò certo la pianta e l’alzata; ma nel codice c’è solo una ricostruzione fatta sugli appunti presi. Infatti vediamo che sui resti della merlatura mette statue e aggiunge arbitrariamente in cima una copertura a cupola, terminante in una base rotonda con sopra un fantastico gruppo, leggermente tracciato nel disegno, di una figura muliebre nuda tra due amorini, preso da qualche antico sarcofago. Prova che il disegno fu fatto posteriormente alla visita al monumento originale, è che l’epigrafe è trascritta da qualche silloge$^{(8)}$. Così nella pianta, esatta nel corridoio circolare interno e nella posizione delle celle, sono aggiunte quattro scalette negli spazi intermedi, che non sono mai esistite. Giuliano da Sangallo, che prendeva appunti per ispirarsene nelle sue superbe creazioni, non aveva bisogno di curarsi dei particolari. Il suo disegno fu copiato da Giorgio Vasari il giovane (1550-1625) in un altro conservato negli Uffizi (n. 4854) e fu riprodotto da Cassiano del Pozzo per il Museo Cartaceo (1640–50), in un disegno ora a Windsor. Se ne servì anche Sante Bartoli per l’opera I Sepolcri Antichi, edita a Roma nel 1697, dove il mausoleo di Planco è a tav. 87, 88; ma egli ha alterato le dimensioni e ha tralasciato, come aggiunta moderna, la cupola che corona l’edifizio. Il Bartoli cita la sua fonte, dicendo di aver tolto il disegno dalla Biblioteca Barberini e dal Sangallo.