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ASSOCIAZIONE ARTISTICA FRA I CVLTORI D'ARCHITETTIVRA
Vittorio Grassi
ARCHITETTIVRA E ARTI DECORATIVE
RIVISTA D'ARTE E DI STORIA
ORGANO DEL SINDACATO NAZIONALE ARCHITETTI
CASA EDITRICE D'ARTE, BESTETTI E TVMMINELLI
MILANO - ROMA
ANNO VII · MCMXXVIII (ANNO VI)
PUBBLICAZIONE MENSILE
FASC. VI · FEBBRAIO
CONTO CORRENTE CON LA POSTA
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SOCIETÀ ANONIMA TENSI
CAPITALE SOCIALE L. 20.000.000 – VERSATO L. 17.780.570
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SOMMARIO DEL VI FASCICOLO - ANNO VII.
GUSTAVO GIOVANNONI: San Tolomeo di Nepi, con 9 illustrazioni.
PLINIO MARCONI: Concorso per il piano regolatore della Città di Brescia, con 25 illustr.
LUIGI PICCINATO: Il Pensionato artistico 1927, con 22 illustrazioni.
Corriere architettonico: Il monumento ai caduti di Brembate dell’arch. Antonio Carminati, con una illustrazione. — Casa Maltecca a Milano dell’arch. E. A. Griffini, con 5 illustrazioni.
Notiziario.
Concorsi.
Sindacato Nazionale Architetti: Pagine di vita Sindacale.
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COMITATO DI REDAZIONE:
Consiglio Direttivo: ALBERTO CALZA BINI, Segretario Generale del Sindacato Nazionale Architetti - EDGARDO NEGRI, Presidente dell’Associazione Artistica fra i Cultori d’Architettura in Roma - CARLO CECCHELLI - GINO CLERICI - GUSTAVO GIOVANNONI - GIOVANNI MUZIO - MARCELLO PIACENTINI - CALOGERO TUMMINELLI.
Redattore capo: PLINIO MARCONI. Redattori: LUIGI LENZI - LUIGI PICCINATO - CESARE VALLE.
REDATTORI CORRISPONDENTI IN TUTTE LE CITTA ITALIANE ED ALL’ESTERO.
DIREZIONE: ROMA, Via Michelangelo Caetani, 32, Palazzo Mattei.
CONDIZIONI DI ABBONAMENTO
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Italia e Colonne
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Estero
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spedizione semplice
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spedizione raccomand.
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spedizione semplice
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spedizione raccomand.
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Abbonamento per l’annata in corso . . . . . . . . . . . . . . . L.
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150.—
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157.50
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180.—
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195.—
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Id. con copertine in tela e oro per rileg. in 2 vol. . . . . . . . . . . . . . . .
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180.—
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187.50
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210.—
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225.—
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Fascicoli separati dell’annata in corso . . . . . . . . . . . . . . .
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15.65
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18.—
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19.25
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ARRETRATI. — Annata I (6 fasc. doppi): a fasc. sciolti L. 300, rilegata L. 350. Ogni fascicolo separato L. 55.—
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HALL E INGRESSO A VILLA MAGNANI - BOLOGNA
PROGETTO ED ESECUZIONE DELLA CASA VITTORIO BEGA & FIGLI - BOLOGNA
ARCH. PROF. MELCHIORRE BEGA
HALL E INGRESSO A VILLA MAGNANI - BOLOGNA
PROGETTO ED ESECUZIONE DELLA CASA VITTORIO BEGA & FIGLI - BOLOGNA
ARCH. PROF. MELCHIORRE BEGA
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HALL E INGRESSO A VILLA MAGNANI - BOLOGNA
ARCH. PROF. MELCHIORRE BEGA
PROGETTO ED ESECUZIONE DELLA CASA VITTORIO BEGA & FIGLI - BOLOGNA.
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ANTONIO DA SANGALLO (?): LOGGIA DEL PALAZZO COMUNALE DI NEPI.
SAN TOLOMEO DI NEPI
Negli studi che sto perseguendo da molti anni sulle opere di Antonio da Sangallo il giovane, cioè del fiorentino Antonio Cordini (di cui ho ritrovato il nome preciso e di cui spero di ricomporre in modo completo la grande e complessa figura), moltissime schede, tratte specialmente dai disegni che si conservano nella grande Collezione architettonica della Galleria degli Uffizi, mi è stato possibile identificare con sicurezza di attribuzione per la persona e pel tema, rettificando giudizi dubbi od errati. Un gruppo di tali schede si riferisce ad una magnifica opera ideata dal Sangallo con tutto il fervore della sua arte, iniziata e poi troncata dalle tante vicende della vita politica ed economica che così spesso attraversano l’attività costruttrice: ed è la chiesa di S. Tolomeo di Nepì, nella regione settentrionale del Lazio.
Che il Sangallo abbia molto lavorato in Nepì pei Farnese è ben noto. Ci dice il Vasari che egli «seguito per lo detto duca di Castro la fortezza di Nepì e la fortificazione di tutta la città che è inespugnabile e bella. Dirizzò nella medesima città molte strade e per i cittadini di quella fece disegni di molte case e palazzi». E tutti questi lavori, ed altri che il Vasari ignora, dovettero svolgersi nel periodo tra il 1537 ed il 1545, cioè tra il tempo in cui Pierluigi Farnese ebbe da Paolo III il ducato di Nepì e Camerino che uni alla contea di Castro, a quando Ottavio Farnese, figlio di Pierluigi e sposo dell’«altera bastarda» di Carlo V, cedette nuovamente il ducato e cessò anche di esser governatore di Nepì.
Le mura di Nepì, la porta Romana, una serie di opere nella rocca, ora diruta, che il Sangallo trovò già costruita forse dallo zio Antonio Giamberti pel duca Valentino ma che trasformò radicalmente, stanno an-
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cora ad attestare la vasta opera ivi compiuta. Molte case di Nepì, tra cui possono identificarsi quella del poeta Accolti, detto l’Unico, e quella di Ascanio Celso, famigliare dei Farnesi, hanno ancora intatto il carattere sangallesco. La zona basamentale del palazzo del Comune, che molti attribuiscono al Vignola, è invece quasi certamente del Sangallo, che nella sua immensa attività e nella sua grande organizzazione
SAN TOLOMEO DI NEPI.
PIANTA DELLO STATO ATTUALE.
di lavoro trovava modo di lasciare la sua traccia anche in questi temi, quando il suo compito principale era quello di curare la fortificazione di tutta la città, e, secondando la sua posizione naturale, farne, come già aveva voluto il Valentino, il baluardo settentrionale dello Stato della Chiesa.
I vari disegni relativi appunto a tale fortificazione che di lui si conservano agli Uffizi (ai N. 955, 956, 953, 954, 1787), sono tra i più interessanti per lo studio dell’arte militare del tempo, intesa come cosa viva, adattata alle condizioni di luogo e di potenza delle artiglierie. Uno, ad esempio, il 956, è uno schizzo topografico in cui sono annotate tutte le posizioni che potrebbero interessare assedianti ed asse-diati, ed è indicata la «valle che va mon-
tando dolcemente» o la «collina alta quanto la terra», o un prossimo «monte di tufo da levarsi» cioè un’altura esterna alla rocca che bisognava abbassare. In un altro, il 954, si descrivono in nota «tre modi per fortificare Nepì, uno stretto, uno mezano, uno magiore. Lo grande è bono perfetto perchè toglie per sè due cavalieri di monti che sono cavalieri alla terra di verso roma e guarda la terra da questa banda fino da piè alla terra e piglia dentro el mulino e sono quattro baluardi».
In questi grandi lavori di fortificazione, che sconvolsero in parte il terreno e richiesero anche abbattimenti di case, inaspettatamente vennero fuori, come ci riferisce il Libro dei Ricordi conservato nell’Archivio del Comune, antiche tombe, ed ivi furono riconosciuti i corpi intatti e con ferite sanguinanti di S. Tolomeo e di altri martiri. La cosa fece grande rumore e lo stesso Paolo III, richiamato dal figlio Pierluigi, si recò a Nepì e dei sacrì trovamenti dette poi notizia nella bolla «Salvatoris» datata a Roma il 4 gennaio 1542 (1).
Con le elargizioni del Papa e dei fedeli, il Farnese fece cominciare un maestoso tempio per raccogliere le spoglie dei martiri; ma il tempio rimase incompiuto, o, per dir meglio, appena all’inizio; e più tardi vi fu sovrapposta, valendosi delle sue fondazioni ma racchiusa in un’area più limitata, l’attuale insignificante chiesa dei Domenicani, che nulla ricorda della concezione sangallesca. Il Willich (2) la rileva e l’attribuisce al Vignola senza alcuna ragione; chè di vignolesco v’è solo lo schema planimetrico abituale in tutte le chiese della seconda metà del Cinquecento.
Del progetto, ed anzi dei progetti del
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ANTONIO DA SANGALLO: PIANTA PER SAN TOLOMEO DI NEPI.
(Dis. Uffizi N. 865).
ANTONIO DA SANGALLO: PIANTA PER SAN TOLOMEO DI NEPI.
(Dis. Uffizi N. 551).
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Sangallo, i disegni, finora inediti, della Gal-
leria degli Uffizi ci danno precisa nozione.
Uno di essi, contrassegnato col N. 957,
rappresenta un primo affrettato bozzetto,
pur corredato di dati e misure concrete;
è tutto di mano, nel disegno e nelle scritte,
di Antonio, ed è delineato su carta, che per
dimensioni e per tipo di filigrana rivelasi
appartenere allo stesso taccuino dei disegni
N. 955, 956 già citati. Esso reca la iscri-
zione «per sto tolomeo di nepi»; ripetuta
nel verso del foglio con l’aggiunta «del
ducha di Castro»; e da un lato ha l’in-
dicazione planimetrica della località in cui
la chiesa doveva sorgere sulla «strada
nova», presso alla «torretta» ed alla
«piazza di sto brancatio»; ed il disegno
è intersecato da una serie di computi e di
misure, in cui già appaiono definiti i dati
principalì che si ritroveranno in tutti gli
altri studi: larghezza di 40 palmi della
nave principale, di 20 per le navatelle, di
96 per la sala ottagona.
Questo disegno ci dà la chiave per ri-
conoscerne altri che svolgono lo stesso tema
planimetrico con una maggiore maturità,
e che erano dispersi nella collezione con le
attribuzioni più varie, di cui la più diffusa
era quella per S. Giovanni de’ Fiorentini
in Roma (3); e sono i disegni contrasse-
gnati coi N. 866, 551, 865. Il loro legame
col bozzetto iniziale è preciso e sicuro per
il ritornare delle dimensioni e per lo svil-
upparsi delle disposizioni principali e delle
soluzioni spicciole della pianta. Un altro
disegno invece, il N. 959, rappresentante
una sezione di una chiesa, sembra appar-
tenere allo stesso ciclo, ma la mancanza
di ogni dato e perfino di ogni scala di
misura ne rende dubbia l’attribuzione;
sicchè si è preferito metterlo da parte per
non confondere il certo con l’incerto.
Dei tre disegni dunque ora menzionati,
l’860 non è altro che un secondo bozzetto
in cui l’autore ha ben precisato la parte
anterioriore dell’edificio, ma procede a tenta-
tivi, disegnando e cancellando, nello studio
relativo allo spazio della cupola ed al corpo;
esso ci appare essere una preparazione al
progetto delineato «in pulito» nel disegno
N. 551. Se pertanto in uno studio analitico
esso può riuscire di grande interesse per
cogliere il lavoro dell’artista che prova e
riprova, e forse anche dalla traccia ad al-
cuno dei suoi tanti collaboratori per la esec-
uzione materiale, ci è superfluo in quanto
si voglia illustrare la soluzione compiuta,
che il Dis. 551 esprime ben più regolar-
mente. Ai due disegni dai N. 551 ed 865
può ora limitarsi il nostro esame.
Essi sono riprodotti nelle figure a pagina
precedente; ma per quanto regolarmente de-
lineati, non è facile leggervi, sia perché il
tempo li ha annebbiati e scoloriti, sia perché
sempre i disegni architettonici cinquecen-
teschi, fatti non per impressionare il pub-
blico, ma per fissare le idee e trasmetterle
ai competenti, non sono facilmente inter-
pretabili. Così ad esempio nel dis. 551 le
piante del piano terreno e del sotterraneo
sono unite e confondono in parte la cogni-
zione dello spazio architettonico (4). Ho
pensato percìò di tradurlì in regolari dise-
gni geometrici (5), con le loro scale grafiche
desunte dalle misure a palmi romani; e
questi disegni si presentano nelle unite ta-
vole.
In ambedue i disegni la parte anteriore
della chiesa appare preceduta da un mae-
stoso atrio e conformata a tre navi, fian-
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cheggiate a lor volta da cappelle, con una disposizione intermedia tra la chiesa quattrocentesca e quella che si affermerà con la Controriforma, ma che già il Sangallo aveva anticipato nella chiesa di S. Spirito in Sassia. Segue lo spazio ottagonale su cui doveva elevarsi la grande cupola; e qui la ispirazione da S. Maria del Fiore, cioè dal monumento fiorentino che nostalgicamente tornava alla mente del Sangallo, è evidente. Anche qui la cupola comprende, non soltanto la larghezza della navata centrale, ma quella grandissima di tutte e tre le navate; anche qui si manifestano le difficoltà pel raccordo tra la testata delle navatelle ed il lato obliquo dell’ottagono, e la soluzione, che nella cattedrale fiorentina è ottenuta non felicemente con uno stretto passaggio, e che in casi analoghi aveva affaticato l’ingegno del Bramante a Pavia e dei Sangallo a Loreto, qui si limita a chiudere le navatelle con un’abside senza uscita, laddove invece nel primo bozzetto sono adombrati i tentativi del passaggio obliquo o del nicchione nei lati intermedi dell’ottagono centrale.
I due disegni differiscono essenzialmente per la disposizione degli ambienti posti intorno alla cupola. Nel dis. 551 appaiono due braccia trasversali formanti la croce, e nel fondo un coro circolare fiancheggiato da due cappelle poligonali; negli spazi irregolari di innesto col corpo anteriore due ampie scale per discendere nella cripta sotterranea. Il dis. 865 ci mostra invece una composizione ben più armonica e grandiosa in cui si associa il ricordo di S. Maria del Fiore con quello delle piante bramantesche per S. Pietro, per S. Biagio, per S. Celso (6); tre absidi simmetricamente disposti si aprono nello spazio centrale, e due cappelle o sacristie poligonali (analoghe a quelle progettate dal Sangallo per S. Pietro) occupano gli angoli.
La cripta doveva avere importanza essenziale nel monumento e costituirne la parte più sacra ove si conservavano le ossa dei martiri. La pianta 551 ed i bozzetti preparatori ci mostrano il tipo per essa ideato, che è di una costruzione centrale disposta intorno alla sala ottagona. Nel mezzo della sala una costruzione poligonale, in cui è evidente l’ispirazione di monumenti romani e forse di una tomba che esisteva in S. Sebastiano, ed in cui è da riconoscersi la confessione, contenente le sacre reliquie nell’interno spazio circolare ed otto altari tutto all’intorno. All’esterno, sotto al coro una cappella a grandi rientranze che probabilmente doveva essere il sepolcro dei Farnese, il sacello che, se non il Papa, alcuni della sua grande famiglia volevano erigersi accanto al luogo santificato dal sacrificio.
Orbene, parte di questa costruzione ancora esiste intatta, sia pure deturpata e ridotta a lurido magazzino. Esiste la confessione nella precisa forma delineata, e la sala ottagona la contiene, ed una bassa volta anulare ricopre lo spazio tra le mura della sala e la confessione, sorretta (come nel sotterraneo del cortile di Caprarola, opera anch’essa sangallesca) dal nucleo centrale e dal perimetro; ambienti laterali, in parte interrati, sembrano indicare lo sviluppo della costruzione del resto della cripta, poi abbandonata ed alterata, ma non cancellata interamente; ma allo stato attuale non ci permettono di riconoscere se rispondessero all’una od all’altra delle