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STILE No - September 1940 Gewalti Edition - Milans Sped. ubl. post. - Gruppe III
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STILE No - September 1940 Gewalti Edition - Milans Sped. ubl. post. - Gruppe III
UOMO DONNA E DIAVOLO Romanzo di Vittorio Beonio Brocchieri AVIATORE, PROFESSORE DI UNIVERSITÀ, PITTORE E SOPRATTUTTO GIORNALISTA, BEONIO BROCCHIERI È ANCHE ROMANZIERE. QUESTO SUO TERZO ROMANZO È UN’APERTA SFIDA CONTRO LA TRADIZIONE E LO STESSO DIAVOLO PRESIEDE, COME REGISTA, ALLA STESURA DEL ROMANZO. OPERA DI CONTENUTO MOLTEPLICE, COMPOSTO DI ELEMENTI NARRATIVI DRAMMATICI E LIRICI, SVELA UN NUOVO BEONIO BROCCHIERI, IL POETA. È UN LIBRO SORPRENDENTE, ARGUTO, POLEMICO, MA SOLIDAMENTE COSTRUITO E LONTANO DA OGNI ASTRUSERIA. Volume di 328 pagine L. 300 GARZANTI EDITORE già FRATELLI TREVES
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STILE 9 - 1946 SETTEMBRE DIRETTORE ARCHITETTO GIO PONTI UN ANNO ................................................ L. 1600 UN SEMESTRE ........................................... " 880 UN TRIMESTRE .......................................... " 450 Architetti, ingegneri, artisti e artigiani, studenti d'architettura e d'ingegneria UN ANNO ............................. " 1440 UN FASCICOLO ......................................... " 160 Italia Centro Meridionale .......................... " 170 Garzanti Editore - Milano - Via Filodrammatici, 10 Direzione e Redazione: Milano, Via Saffi 24 Ufficio di Parigi: Tony Bouilhet chez Christofle 12 Rue Royale Amministrazione: Milano Via Filodrammatici 10 - Telef. 17.754-17.755 Concessionaria per la vendita A. e G. Marco, Milano Concessionaria esclusiva per la pubblicità: SOCIETA per la PUBBLICITA IN ITALIA (S.P.I.) Milano, Piazza degli Affari, Paiazzo della Borsa - Telefoni da 12.451 a 12.457 e sue succursali --- CITAZIONI L’INSANIA DEGLI UOMINI Ogni essere intelligente vede chiaro che l’insania più rovinosa degli uomini in questo breve passaggio di ciascuno di loro sulla terra è nel partirsi inequalmente i beni naturali che il mondo largisce generosamente (e dei quali ogni altro essere vivente gode naturalmente) nell’invidiarseli cupidamente, nel contendere sì tanto ferocemente (e inutilmente) soffrendone poi più di tutti, provocando cataclismi sociali politici ed economici ed immiserendo catastroficamente nelle loro fonti e nelle loro disponibilità le risorse generose della terra, anche quando — come ora — l’uomo è arrivato a poterle sfruttare, anzi «anticipare» si può dire, con smisurati mezzi di tecnica, di organizzazione, di trasporto. CREDERE DI POSSEDERE Ogni uomo intelligente, poi, anche se tuttavia «ha», se tuttavia «possiede», vede poi benissimo che alfine non ha nulla, che possiede men di quel che possiede una farfalla (che possiede tutti i fiori) e che nel suo breve passaggio sulla terra l’insania più grande dell’uomo, e si potrebbe dire l’insania più umoristica, è nel credere di possedere, che più di un paio di scarpe alfine nessuno può calzare, né più di un tanto mangiare, e si scende nella tomba senza nulla. LEALTA’ DI OPINIONE Ogni uomo che sia veramente intelligente, anche se prescinde da un impulso d’amore verso i suoi simili, anche se per suo abbandono morale indulge alle possibili attrattive, vorrei dire ai vizi, di una propria condizione privilegiata patrimoniale oltre che intellettuale e sociale, anche se materialmente si abbandona al vizio di possedere oltre che ai comodi ed agli ozii intellettuali, deve avere però la dignità intellettuale almeno in fatto di opinioni di parteggiare «esclusivamente contro i suoi stessi privilegi», cioè di parteggiare per tutto quanto possa contribuire a redimere gli uomini dalla povertà. (In principio mi scandalizzavo degli atteggiamenti socialistici di uomini come Anatole France, ricco e gaudente, e li bollavo di ipocrisia. Ora invece riconosco la lealtà «intellettuale» di costoro, di essere almeno con le opinioni accanto ai sofferenti e contro sé stessi, intropri vizi.) Perché se è già mostruoso che gli uomini si possano dividere in fortunati e non (sopportereste voi che esistessero sotto i vostri occhi dei passeri fortunati e dei passeri sfortunati?) nulla vi è al mondo di più oltraggioso per l’intelligenza che il convincersi, godendo dei doni della sorte, non solo di una legittimità loro ma persino del diritto di disprezzare chi ne mancasse, formulando teorie di casta, di nazione, di razza od altre stranezze. (Perché questo incredibile uomo pur di accendere altre ambizioni, invide, cupidigie e differenze ha aggiunto ai beni naturali anche questi beni inventati, le caste, i titoli onorifici, i parti intellettuali, giochi tristissimi.) RESPONSABILITA’ DI POSSEDERE Una specie di rimorso di possedere che tormenta gli uomini di fronte ad altri uomini si tramuta, per colui che onorevolmente possiede, in quell’alta responsabilità di possedere, che diventa anzitutto responsabilità di amministrare e che poi lo spinge irresistibilmente (meraviglioso impiego della vita) ad impiegare tutte le sue forze e tutti i suoi mezzi intellettuali e materiali per promuovere la partecipazione di tutti ai beni che egli ha creati e conservati (conservare, collezionare ecc. è una funzione sociale, dedicata agli altri, alle altre generazioni: non v’è una socialità soltanto contemporanea, v’è una socialità, una solidarietà anche con le generazioni future) e che egli può godere, cioè per realizzare una grande civiltà comune di vita. IL SOLO GOVERNO NECESSARIO Il buon governo, il solo governo necessario muove dal sapersi ripiegare con emozione sincera sul bisogno degli uomini. La sola politica è questa. Non existe politica interna e politica esterna, esiste una sola politica, quella per l’uomo. Esiste un solo Cristianesimo. Immaginereste un cristianesimo «interno» ed uno «esterno»? La crisi della «classe dirigente» è nel fatto di pensare (ed agire) classisticamente e non come elite umana. Vi è una sola politica, vi è un solo governo, poiché vi è un solo problema, una sola classe, l’Uomo. Dobbiamo essere integralisti. ESTREMISMO Chi proprio non è dunque irrimediabilmente «perdu pour la raison», chi è davvero intelligente, chi è anche davvero cattolico e cristiano deve essere non solo di opinione estremista (il che non ha nulla a che fare con gli alternanti estremismi intellettuali), ma deve essere naturalmente, normalmente, felicemente estremista, deve non poter concepire altra idea. IL PIU’ CRISTO Piombò tra noi duemila anni or sono Cristo, estremista degli estremisti, estremista supremo, con l’estremismo più temerario, l’Amore tra gli uomini, a dire, con una voce che non si è più spenta nel loro cuore, che non dei sani si curava ma dei malati. Trasposto il discorso im termini sociali, il male della società non potendo essere che uno, quello della coesistenza di fortunati e sfortunati, di ricchezza e miseria, e cioè il malato della società non essendo che il povero, ciò significa che ogni problema sociale, anzi ogni problema della vita (ché non esistonò problemi sociali eppoi altri problemi separati, ma esiste un solo problema; integrale, quello per la nostra vita), si riduce al problema della povertà (cioè della ineguaglianza di condizioni di vita fra gli uomini), e al problema di eliminara. PROBLEMI Il solo problema dei fortunati è quello morale, quello del cammello e della cruna (essi non sono dei malati, essi sono la malatta), e socialemente, e cristianamente, (nel che è la stessa cosa espressa in un modo più sublime), si risolve in un solo aspetto, negativo, quello di ridursi da cammello a filo, che passi per la cruna. Ma questa riduzione è solo possibile non nella spogliazione per creare altri ricchi ma nella rinuncia d’ogni ricco ai suoi mezzi per prevalere, e nell’impiego felice di tutte le sue ‘forze a pro’ degli altri, dei poveri. RICHIAIMO ALL’INTELLIGENZA Effettivamente una condizione di disparità cioè di fortuna e sfortuna nella capacità intellettuale esiste per natura negli uomini, ed essa provoca la possibilità del prevalere degli uni sugli altri e gli squilibri che ne derivano: ed il governo degli uomini non avendo altro fine che impedire con forze umane questi squilibri deve valersi a questo scopo proprio dei più capaci. Questi, da Dio fatti più capaci, sono ineluttabilmente, per forza loro, la classe dirigente. Si tratta di convertirli cristianamente a formare una classe dirigente la cui missione sia di adoperare paradossalmente tutte le proprie forze di uomini contro le tentazioni che sorgono dalle stesse proprie forze. L’uomo deve operare contro se stesso, perché è in lui stesso il proprio nemico più pericoloso. GIO PONTI
S.A.R.I.M. MOSAICI VETROSI - S. Giobbe 924 - Telefono 23145 - VENEZIA
DA "LES TROIS ÉTABLISSEMENTS HUMAINS", Tesi de l'Ascoral, (Assemblea di Costruttori - diretta da Le Corbusier - per un Rinnovamento Architettonico) LA VISIONE URBANISTICA DI LE CORBUSIER Questa è la grande utopia urbanistica che Le Corbusier ci presenta, nata in Europa e per l'Europa, e impossibile a realizzarsi in Europa (e in America, terreno ideale per una utopia urbanistica, ma dove le utopie non fanno in tempo a nascere prima delle città). Così com'è, resterà sempre utopia, con il suo anelare a «condizioni di natura» perdute e da ritrovare, e con il suo incubo apocalittico del «machinismo» che sono rimpianti e spaventi ideali, sono il Paradiso e l'Inferno d'Utopia. Condannare questa utopia è la cosa più facile: ma essa ha radici più profonde di quello che sembri nella sua astrattezza. Le wrightiane altermazioni di libertà — che ora le vengon contrapposte — sono quel che sono, innegabilmente valgono, per se stesse, e basta. Ma questa europea, enorme, faticosa, concezione urbanistica di Le Corbusier, conclusione spontanea di un pensiero architettonico adulto, è l'espressione di uno sforzo per la soluzione di un male che esiste; è il segno di una nostra esigenza. Ed è anche il segno — sotto l'entusiasmo della pianificazione — di una certa stanchezza, inconscia, non ammessa ma «provata», il senso che il mondo abbia un destino di fatica, il desiderio che il mondo dopo questa grande sua sistemazione, «non cambi più»; è quello che si esprime nelle parole stesse di Le Corbusier: — La nostra civiltà non è pastorale, né guerriera, né artistica, è una «civiltà macchinista di lavoro». — Il lavoro non deve essere castigo degli uomini, ma loro dignità e gioia. — Allo squilibrio terribile portato dalla machina e dall'industria nel lavoro umano, si rimedia non distruggendo o limitando la machina e l'industria, ma armonizzandole in un ritmo naturale («sola-re») dice egli con passione di vita. Non dobbiamo «liberare» l'operario dal lavoro, riducendone al massimo le ore, e abbandonandolo poi. Dobbiamo far sì che egli ami il suo lavoro, qu'il transforme in veritable acte de participation dei labeurs fatidiques (usine verts). — Non dobbiamo nemmeno «forzare» il lavoro agricolo e corromperlo con quello industriale. Essi hanno una pari dignità e solitudine. Dobbiamo renderli entrambi «civili». (village cooperatif). Sono questi i principi che fanno della sua urbanistica una tecnica ispirata e la portano a queste conclusioni. Il lavoro, il grande lavoro d'industria va decentrato dall'ingorgo cittadino, ma non disperso: va allineato lungo le grandi, fatali, vie di scambio e comunicazione in una specie di «città continua» cité lineaire industrielle, accompagnato dal verde della campagna intorno. Qui i lavoratori delle officine hanno presso di esse le abitazioni, e gli annesini civili più urgenti. Agli incroci, fatali ed antichi anch'essi, di queste grandi vie, dove sorgono già le città, rimangono le città, centri di scambio, commercio, arte, cultura (les cités-radioconcentriques), città che «non crescerranno più», roccaforti civili. E la campagna? Essa vive immensa ad di là delle vie di scambio e di veloce comunicazione, ha e manterrà il suo ritmo: ma i suoi lenti prodotti affluiranno gli appositi centri (villages cooperatifs) — stazioni di controllo e di soccorso — e da li entrarner in circolo. Con questa grande, laboriosa, obbediente rete, distesa sulla superficie della terra, si delinea quella che Le Corbusier chiama la sua «geografia umana». Il suo mondo. E l'aspetto di questo mondo, prodotto dal progresso ma dove il progresso è fermo ed accollo entro un ritmo di natura, è matematico ed idillico insieme — è di un alveare ordinato, è conventuale — come un nuovo medioevo (antico amore e debolezza e orgoglio di Le Corbusier). Per noi, è d'ispirazione a superarlo, rispondendo agli stessi bisogni e doveri che esso esprime. A Accogliamo come validissimo, sia pur in parte negativo, contribuito alla chiarificazione dell'idea urbanistica questo settimo volume della collezione ASCORAL che sotto il titolo «Le trois établissements humains» raccoglie una chiera esposizione di un nuovo modo di concepire e d'impostare l'urbanistica estendendone il compito a regolatrice della vita dell'uomo, coordinando in un vasto sistema proposte già note nei loro singoli elementi, ma non ancor così coerentemente collegate nelle loro ultime conseguenze che, così spinte al limite, dovrebbero poter generare il piano regolatore regionale, nazionale od addirittura mondiale (per ora). Utopia dunque. Utopia certamente per chi vuol trovare nella teoria gli elementi pratici per una immediata ed integrale applicazione, ma fonte precisa per chi cerca un orientamento per rivedere organicamente il problema nel suo piano generale e teorico prima di affrontare le insopprimibili conseguenze della realtà geografica ed economica. Siamo nel mondo delle idee che non possono incarnarsi senza una sensibile trasformazione, ma che, se valide, posscono conservare intatto il loro spirito animatore, mentre potrebbero anche conservare spirito e forma se applicate in un mondo primordiale, vergine dell'opera dell'uomo che tanti errori ha saputo accumulare per sua colpa, ostacolando il progresso, o per colpa del suo progresso stesso quando opere valide diviveniano via via inattuali e condannabili nel loro fatale superamento. E le pubblicazioni di ASCORAL, sono anche un esempio di valida cooperazione trascendente le singole personalità benché fra i nomi posti in frontespizio quello di Le Corbusier si stacchi e primeghi, e di lui e delle sue idee sia improntada tutta l'opera che perciò così ondeggia fra tecnica e arte, fra realtà ed utopia, fra scienza e poesia. Il libro non insegna nulla di sostanzialmente nuovo per chi sia al corrente del pensiero urbanistico moderno, ma ci appassiona del suo destino. Se ogni nostro sforzo tende appunto al superamento del concetto di lavoro-castigo, disumano, l'architettura e l'urbanistica possono mettere un ordine nelle attività umane e riportare a condizioni naturali che lo sviluppo industriale legato all'inurbamento, avrebbe distrutto. Ed è con questa aspirazione que ASCORAL propone le direttive che dovrebbero regolare l'occupazione dei suoi così distribuito in: a) Città centrali che cesseranno ormai di accrescersi. b) Città lineari della trasformazione delle materie prime e che assorbiranno le industrie. c) Centri cooperativi rurali per il rinascere della vita agricola. Lavoro agricolo e lavoro industriale pur con le loro diverse esigenze sono su di uno stesso livello, ma non si confondono, retti, come sono, da regole diverse. A torto l'orto è pensato di alleviare la brutalità del lavoro in officina alternandolo ed affiançandolo a quello dei campi, a torto si è cercato di urbanizzare il lavoro dei campi collegandolo alla vita cittadina. Se il lavoratore dell'officina deve, a compimento della sua giornata o perché disoccupato, accudire al campicello attorno alla sua casetta, ciò presuppone una società non bene organizzata, un salario insufficiente. Coltivare l'orto è pur questo un lavoro e non dovrebbe essere più attento a quello sello-officina quanto questo fosse organizzato in ambienti adatti, umani, a contatto della natura come nella «usine verte». Così il contadino deve essere trattenuto al suo campo dalla organizzazione di una vita degna d'essere vissuta da un uomo; e ASCORAL propone per il lavoro della terra una nuova unità di fruttamente agricolo come strumento di produzione alimentare, per il lavoro industriale una forma di città lineare come strumento di fabbricazione, mentre agli incroci delle grandi vie di comunicazione, le città radio-concentriche potrebbero divenire o ridivener i centri degli scambi, del pensiero e dell'arte, le città dell'amministrazione e del commercio. Saranno così fissate le tre «posizioni», e tre «sedii». «Le trois établissements» umane della nostra civiltà meccanicistica, susaminando l'occupazione del suolo, ordinando lo spazio, facendo geografia umana, geo-architettura. LE CONDIZIONI UMANE È scrivendo sull'etica del lavoro che Hya-Dubreuil crea un paragone fra la fame fisica e quel bi-sogno creato dall'abilitù del pensiero, dall'attività dell'intelligenza che può produrre una fame spirituale: la noia. Contro di essa bi-sogna lotteria gia nell'organizzazione del lavoro — egli dice — già nel creare l'ambiente in cui il lavoro si volge. Per l'uomo il lavoro è l'azione per cui è nato, l'azione che deve destare il suo interesse, non essere la sua condanna, il suo castigo. Perci annota Le Corbusier «lo strumento di misura ASCORAL è un certo quantum di felicità, di gioia di vivere» quantum che si otterrì col creare innanzi tutto ambienti di lavoro il più possibile a contatto con la natura facendo entrare il paesaggio nell'officina, organizzando il lavoro industriale secondo il ciclo solare. Le condizioni spirituali del lavoro sono dunque legate a quelle materiali del lavoro stesso, dell'abitazione, dello svago del corpo e dello spirito, e nel capitolo da lui siglato Le Corbusier ricorda come la nostra vita della essere regolata secondo due diversi cicli: il quotidiano dell'abitazione, del lavoro e del «ricupero»; e l'altro, intermittente, di abitazione, lavo-
Supra: 1. abitare; 2. lavorare; 3. educarsi; a) città-giardino orizzontale; b) città- giardino verticale; c) gli annessi alle abitazioni. Questa figura esprime e riassume in modo schematico il sistema che Ascral propone, a soluzione dell'accentramento urbano, con l'idea delle nuove sedi umane lavorative decentrate nella «città lineare industriale». Schema nato da questo processo: quali sono le attività quotidiane del cittadino? Lavorare e abitare. Quali le intermittenti? ricrearsi ed edu- carsi. Raggruppiamo quindi quelle quotidiane in una unità compiuta: abitazione-lavoro, entro cui i tragitti siano brevi e naturali (da 1 a 2) e disponiamo tutte queste unità lungo le grandi vie di passaggio delle ma- terie e del lavoro (le tre linee parallele vicine sono il canale, la ferrovia, la strada; quella separata è l'autostarda). Teniamo raggruppate le atti- vità intermittenti, — riti, sport, cultura, arte, commercio — nei loro cen- tri storici «fatali», le città (il 3), e colleghiamole a distanza con vie e trasporti meccanici veloci. ro e «qualificazione» cioè eleva- zione spirituale. Il lavoro moderno ha condotto spesso l'uomo alla vita sedentaria, allontanandolo dallo stato di neta- ra, limitandone l'attività fisica li- bera sostituita da una mecanicizza- zione di gesti ripetuti accompagna- ti dall'atrofia del pensiero motore; è quindi indispensabile un «ricupe- ro» quotidianо degli elementi soc- tratti all'uomo, e a ciò possono so- correre l'urbanistica e l'architet- tura con dispositivi dispensatori di aria salubre e di sport accanto al- le case, con provvidenze sociali in favore della salute, dell'eugenotica e della puericoltura. «Qualificazione» è invece la ten- denza verso il meglio che è in ognu- no di noi, la possibilità offertaci di superare le nostre condizioni pre- senti di classe e di levatura in- tellettuale. Per ricupero e qualificazione se- gna Le Corbusier i principi gene- rali che si possono così riassumere: ristabilire le condizioni di natura nella vita quotidiana, costruendo l'abitazione non più in periferia di città o di quartieri malsani e sacrificati, ma in zone verdi scelte per pregi naturali e intervallate da centri di «qualificazione» do- ve accanto alle scuole tecniche, alle facoltà, ai laboratori spermi- entali, sorgeranno i clubs ed i teatri e dove si giungerà portati dai mezzi meccanici di comunica- zione. È dunque il benessere dell'uomo che conduce e domina ogni pro- blema di efficienza e di produzio- ne industriale regolato dalla legge solare delle ventiquattro ore, men- tre il lavoro agricolo, guidato dal- la legge annuale delle stagioni pur essendo legato alle stesse ne- cessità quotidiane deve essere di- versamente ordinato. IL LAVORO AGRICOLO Il lavoro dei campi ha in sé con- naturato l'equilibrio casa-lavoro- ricupero quale lavoro eminente- mente naturale e se ha nel fat- to casa il punto di gravosa so- luzione presenta nella sua equa- zione casa-lavoro-qualificazione il problema più difficile, origine de- la tendenza all'abbandono della ter- ra. Il contadino è ancor troppo spesso staccato dalla vita del mon- do, occorre inserirlo nel movimen- to sociale. Nel quadro della sistemazione ur- banistica generale che così si è andato delineando in città ammi- nistrativa e culturale, in città li- neare industriale e in centri ru- rali, Le Corbusier stesso illustra il primo dei tre «établissementi»: l'unità di sfruttamento agricolo. Quando le industrie si saranno rag- gruppate lungo le città lineari, la campagna liberata dovrà essere organizzata nei due ordini di ele- menti distinti, uno nel raggio delle comunicazioni a quattro chilome- tri all'ora e l'altro in quello del- le comunicazioni a 50 e 100 chi- loniuri all'ora. Gli elementi proposti per la rior- ganizzazione agricola sono noti: la «ferme radieuse» e le «village cooperatif» eran già stati studiati e pubblicati da Le Corbusier sin dal '39. Ora ne vediamo l'organico collegamento, ne comprendiamo la distribuzione nelle diverse condi- zioni. Le fattorie sono collegate al vil- laggio cooperativo che assorbe la attività di uno o più dei centri agricoli attuali (ciò che c'è va tutto rifatto, «la France rurale est un vaste taudis»). La fattoria radiosar darà al conta- dino dignità di vita ed efficienza di lavoro; il centro cooperativo sarà lo strumento coordinatore del- le attività agricole coi suoi silos, con le sue officine di riparazione; sarà il distributore delle attrezza- ture e dei manufatti che l'organiz- zazione cooperativa potrà fornire alle migliori condizioni; sarà cen- tro di vita con le sue sale di riun- ione, con il suo campo sportivo. Il municipio, la chiesa, l'ufficio postale, con le case ad appartamen- ti per il personale del centro e per i lavoratori agricoli che vi voles- sero abitare. Nel centro cooperativo troveran pure posto le piccole industrie di trasformazione dei prodotti agri- coli e quelle che possano servirsi nelle stagione invernale della ma- no d'opera locale che il ritmo sta- gionale lascia libera. Terzo elemento di tale organiza- zione agricola è la scuola rurale per la formazione dei contadini, degli artigiani rurali, degli operai qualificati e degli impiegati per le industrie di complemento, per le industrie. È scuola pratica, vera scuola di vita, che riunisce in una Nella figura sottostante è descritto compiutamente l'aspetto di una unità industriale decentrata e allineata. A) Gli alloggi familiari dei lavoratori, disposti a città-giardino orizzontale. B) Gli alloggi familiari dei lavoratori raccolti in città-giardino verticale. C) La via trasversale di accesso alla fabbrica dalla zona delle abitazioni. D) La via che separa gli alloggi dai loro annessi e servizi comuni, via accessibile alle macchine. E) La via della passeggiata e di congiunzione fra le abitazioni, via in- interdetta alle macchine. F) La zona verde di protezione, che separa l'abitato dalle fabbriche, e contiene longitudinalmente l'autostarda che va da città a città. G) Gli annessi all'abitato e i servizi comuni: maternità, scuole elemen- tari, cucine, biblioteca, campi sportivi, giardinì d'infanzia, orti, infer- merie... Tra la fascia verde e le tre vie (canale, ferrovia, strada) sta la fabbrica o l'officina, l'usine verte.
meilles fattoria modello di 100 ettari allievi e insegnanti sotto lo stesso tetto! Il tempo è diviso fra studio, campi, orti, stalle, officina; ragazzi e ragazze nei loro specifici compiti contribuiscono coi frutti del proprio lavoro al mantenimento della scuola in forma cooperativa. IL LAVORO INDUSTRIALE Prima di illustrare la sua città lineare Le Corbusier ripete: Tre funzioni: abitare, lavorare, coltivarsi (il corpo e lo spirito). Due ritmi: la vita quotidiana: abitare, lavorare, ricuperare le forze; gli stimoli (les excitations) intermitenti: abitare, lavorare, qualificarsi. La prima equazione avvicina l'officina e la zona residenziale: la prima compresa fra il fascio delle vie di trasporto delle merci (via d'acqua, via ferrata, strada) e l'arteria di grande comunicazione che scorre nella fascia verde che separa e protegge le seconde. Quivi, tutto legato nello spazio dal modulo della velocità dei «quattro chilometri all'ora», cioè del passo umano: l'officina cinc sarà «l'usine verte» dove il dioordine a bandito, dove ampie vetrate sempre terse lasciano entrare fra i banchi di lavoro, il cielo, il verde, l'orizzonte che vi portano la gioia della vita e dei lavoro, dove nella libertà dello spazio abbondante i cicli di fabbricazione determinano la logica distribuzione dei fabbricati, la chiara rete di circolazione delle materie e degli uomini. Al di là della autostrada lungo la fascia verde, abitano gli addetti all'industria non più costretti a buttare tante ore della giornata nei mezzi di trasporto. Il tragitto fra casa e lavoro, fra casa e scuola, fra casa e sport quotidiano è ordinato secondo la natura del cammino a piedi. Per accontentare le varie esigenze, le abitazioni sono suddivise in case singole distribuite in città-giardino orizzontali e in case a blocco di ville sovrapposte: la città-giardino verticale. Tutti gli elementi sono collegati da strade pedonali che portano anche al cinematorrafo, alla biblioteca, ai campi di gioco e di sport e, per chi vi ci si dileta, agli orti ed ai giardini privati. «Uomini donne, bambini si trovano ovunque in piena natura, sole, spazio, verde» lo sguardo vede l'aperta campagna a contatto con «le case degli uomini della città lineare. Non si chiede a costoro di prendere, dopo officina, zappa e piecone! I loro passi li porteranno a passeggio in queste terre coltivate, verso dei contadini che hanno pure essi trasformato le condizioni della loro esistenza». «Dove sono dunque periferia e sobborghi, queste zone maledette? Si è voltato pagina». Qui dunque ci si ricupera. Dove ci si può «qualificare». La dove conduce il rettilineo dell'autostarda percorsa dai rapidi mezzi moderni a 100 Km. all'ora che giunge alla cintura verde di protezione della grande città radio-concentrica, che più non cresce; ed è in questa cintura verde, in questa zona «di riserva» che si compieranno «gli atti intermittenti di qualificazione» nelle scuole superiori e tecniche, nei laboratori scientifici, nelle grandi biblioteche, nelle università, negli auditori, nelle mostre, nelle esposizioni, nelle sale di spettacolo e così via. Ed entro la cintura verde infine ecco la città radio-concentrica dell'amministrazione, della direzione e degli scambi, la città che truta per un altro rimpo di vita deve rinnovarsi per dare a chi vi opera un altro ambiente umano. Sarà questo quello della «ville radieuse»? Qui è rappresentato in particolare uno stabilimento industriale nel «sistema» cui appartiene: dalle vie di comunicazione (ferrovia, canale, strada) esso riceve e restituisce il materiale (7). Dall'1 è in contatto col suo personale, che arriva, sta e ritorna ai suoi alloggi al di là dell'isolamento verde. Dentro, si svolge il lavoro. Dalla visione in particolare della unità industriale qui passiamo a quella, — in scala necessariamente irregolare — complessiva delle città industriali allineate con le due città radio-concentriche agli estremi, e coll'assieme delle strade che le congiungono. Questi dunque gli elementi, il loro collegamento e la loro ragione d'essere sono scaturite; secondo gli autori, dalla presenza di fattori geo-politici che hanno tracciato le vie principali dei traffici e degli scambi; luoghi «fatidici» ormai «eminenti, predestinati», vie degli uomini e delle merci. Sembra dunque logico approfittare di questo naturale disporso essendo palese il fallimento della città radio-concentrica, monocentrica dove «le condizioni naturali, sono soppressive, la macchina trionfa, l'uomo deperisce, la società si annienta». «Les machines sont prestigieuses mais doivent demeurer en rang d'esclaves (des prestigieuses esclaves) et non pas écraser les hommes». Occorre «ricostruire le condizioni di natura», e ciò è possibile allineando lungo le vie di passaggio l'industria manifatturiera non legata ai luoghi di produzione delle materie prime, lungo la via se- Sotto: vista ancor più dall'alto, la città industriale lineare quale appare nell'insieme del paese. 1) la «grande riserva» della campagna; 2) la città lineare industriale; 3) le città radio-concentriche di scambio. Così — dice Le Corbusier — si sviluppa la geografia umana secondo le «condizioni di natura», e questo sviluppo non ha limiti artificiali di confini o amministrazioni, etc., ma, come le correnti dei fiumi, prosegue e può espandersi per tutto il territorio d'Europa.

La rivista "Lo Stile" pubblica il suo numero 9 nel settembre 1946. Questo numero contiene estratti e citazioni su temi filosofici e sociali, oltre a pubblicità per prodotti di design, tessuti e case editrici. Viene annunciata la ristampa di "L'Europa Giovane" di Guglielmo Ferrero e viene presentato il romanzo "Io Sono Vivo" di Corrado De Vita.