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ASSOCIAZIONE ARTISTICA FRA I CVLTORI D'ARCHITETTVRA ARCHITETTVRA E ARII DEČORAIVE RIVISTA D'ARIE E DI STORIA CASA: EDITRICE D'ARIE BESTEIII E TVMMINELLI MILANO - ROMA ANNO III · MCMXXIII PVBBLICAZIONE MENSILE FASC. IV · DICEMBRE CONTO CORRENTE CON LA POSTA

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Fig. 1. - L'ERETTEO, IN UN'INCISIONE DI FILIPPO ZANETTI (1836). RESTAURO DI CAPOLAVORI DELL’ARCHITETTURA ANTICA Il 26 ottobre 1852 un terribile uragano imperversò su Atene: al furore della tempesta, due tra i più insigni monumenti dell’antichità non resistettero. Il tempio di Giove Olimpio, che là, presso l’Ilisso, fondato, secondo la leggenda, dallo stesso Deucalione, aveva visto la sua costruzione iniziarsi con Pisistrato e finire settecento anni dopo sotto Adriano, ebbe abbattuta una delle sedici colonne superstiti, colle quali si afferma in Atene stessa la grandiosità romana. E ancora i bei tamburi corinti giacciono al suolo e così essi e il capitello ci sembrano anche più colossali. Ma, se questo avveniva nella piana, nell’Acropoli che si innalza, come miracoloso vascello, sulla città, ben maggiori danni si verificarono. Tutta la facciata occidentale dell’Eretteo crollò. Era quella del Prostomiaion, la singolare sala di accesso alla cella di Poseidon-Erechtheus, e guardava sul recinto del Pandroseion, in cui verdeggiava il sacro olivo di Athena. In un’incisione di Filippo Zanetti (fig. 1),

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Fig. 2. - IL LATO OCCIDENTALE DELL’ERETTEO COM’ERA FINO AL 1902. pubblicata nel 1836 $^{(1)}$ noi vediamo la facciata qual’era al momento della liberazione di Atene dal dominio Turco e prima dei lavori dell’eforo Pittakis nel 1838 e di quelli dei Francesi tra il 1842 e il ’44. Al posto, per esempio, della seconda cariatide (a cominciare da sinistra, guardando il portico), portata via nel 1802 da Lord Elgin e ora al Museo Britannico, c’era ancora un rozzo pilastro in muratura, sostituito poi con una copia dell’originale. Avvenuto il crollo, la facciata quasi spari e così rimase fino al 1902 (fig. 2), quando l’eforo Kavvadias, al quale tanto deve la scienza archeologica, incaricò l’architetto Nikolaos Balanos (che ha appunto tuttora l’ufficio di Direttore dei lavori per la conservazione dei monumenti antichi di Atene) di rimettere a posto i blocchi caduti $^{(2)}$. L’opera era compiuta nel 1905 (fig. 3) e noi possiamo vedere come il Balanos non solo sia riuscito a ricomporre quasi integralmente quello che esisteva prima del crollo del 1852, ma anche alcuni pezzi del frontone che, crollati in antico, erano stati trovati nello scavo del monumento. Non ho bisogno di ricordare che la facciata di questo singolare santuario, il quale, per pianta e disposizione, si differenzia dal tipo comune ellenico, e col quale, alla fine del V secolo a. C., fu tanto felicemente risolto il difficile problema di provvedere ai due culti di Athena e di Erechtheus li riuniti; ma divisi nello stesso tempo in due celle, che tale facciata, dicevo, ci presenta l’originale struttura del V secolo, modificata alla fine

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Fig. 3. - IL LATO OCCIDENTALE DELL’ERETTEO DOPO I RESTAURI. del I secolo a. C. Dapprima infatti c’era, tra due ante, la serie di quattro colonne ioniche, tra le quali il muro dello zoccolo si prolungava per un terzo dell’altezza, mentre la parte superiore era chiusa nei primi quattro intercolunni con una transenna di legno, che permetteva di illuminare l’interno, restando poi aperto l’ultimo verso la loggetta delle Cariatidi$^{(3)}$. Nel rimaneaggiamento invece del 27 a. C. tutti gli intercolunni furono chiusi con una parete, lasciando solo tre finestre e una porta. Al felice risultato di tale lavoro, si uni il restauro delle altre parti dell’edifizio e anzitutto del fianco occidentale del portico settentrionale, che nella stampa del 1836 vediamo ancora murato, forse da quando, nel secolo XV, il comandante turco del- l’Acropoli pose nell’Eretteo l’harem delle sue donne. Dopo il crollo infatti era abbattuta la parte superiore della colonna d’angolo, con tutto l’architrave e parte del soffitto marmoreo a cassettoni: nella fig. 2 ne vediamo i frammenti sparsi al suolo. Ora tutto è rimesso a posto e i pezzi mancanti li, come nella facciata suddetta, furono rifatti nello stesso marmo pentelico, in modo però da farli distinguere dall’antico. Altri restauri furono compiuti nel portico delle Cariatidi, il quale, con il calco della statua di fanciulla portata via da Lord Elgin, con i restauri della figura ultima a levante, era già stato in massima rimesso allo stato primo (fig. 4). Ma come strideva il gran pezzo moderno dell’architrave,

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Fig. 4. - LA LOGGETTA DELLE CARIATIDI DOPO I PRIMI RESTAURI. Fig. 6. - I LATI MERIDIONALE E ORIENTALE DELL’ERETTEO FINO AL 1902.

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Fig. 5. - LA LOGGETTA DELLE CARIATIDI COME È ORA. Fig. 7. - I LATI MERIDIONALE E ORIENTALE DELL’ERETTEO DOPO I RESTAURI.

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Fig. 8. - L'ACROPOLI AL TEMPO DEI TURCHI. ora sostituito dagli antichi frammenti rimessi a posto e completati delle sole parti veramente perdute! (fig. 5). Nè qui si limitò il lavoro del Balanos. Nella fig. 4 infatti noi vediamo che la massiccia muraglia di marmo alla quale la loggetta si appoggia, era crollata nella parte superiore, parte che l’architetto è riuscito a ricomporre integralmente (figg. 5-7). I pezzi rimasti in posto, alle estremità, rendevano del resto il restauro sicurissimo: mancavano tre interi filari di blocchi e pressochè tutta la cornice (fig. 6). Ora invece possiamo ammirare (fig. 7) la perfetta armonia dell’insieme, e rivedere al suo posto la cornice elegantissima. Lo stesso avvenne per la facciata orientale, pronao della cella di Athena Polias. Delle sei colonne, cinque sole sono in posto; quella all’angolo settentrionale fu pure asportata da Lord Elgin. Ma sparito era ogni resto del frontone e ben poco rimaneva, sull’architrave a tre registri, del fregio di marmo azzurro di Eleusi, sul quale erano fissate (si scorgono ancora i fori dei perni) le statuette a bassorilievo, di marmo bianco di Paros, della rappresentazione che, nello stato attuale di rovina, non riusciamo a interpretare. Ora anche qui si è rimesso a posto l’intero fregio e l’angolo del frontoncino, e abbiamo così un’idea più precisa di come fosse l’elegante ingresso, quando serviva d’accesso alla cella, contenente il simulacro arcaico di legno, che si credeva caduto dal cielo, mentre davanti ad esso ardeva, giorno

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Fig. 9. - I PROPILEI NEL 1868 CON LA TORRE FRANCA (INCISIONE DEL CLAYE). e notte, la lampada d’oro di Kallimachos, il cui fumo era condotto fino al soffitto dal celebre tubo di bronzo a forma di palmizio. Lo stesso restauro fu fatto nel lato settentrionale con la ricomposizione del portico. Sono apparsi anche importanti dati scientifici, risultando l’ufficio precipuo di esso di proteggere i segni nella roccia dell’Acropoli del colpo di tridente di Poseidon, nella famosa contesa con Athena, punto che, per ragioni religiose, era stato lasciato scoperto, perchè li sopra manca il soffitto. Inoltre si è così rimessa nelle condizioni originarie di luce, volute dall’artista, la grande porta, alta m. 4,5, del santuario di Poseidon-Erechtheus, della quale le modificazioni posteriori non hanno potuto distruggere la superba bellezza ionica. E, se manca al quadro dell’insieme la ricca e delicata policromia, pur la visione ne è ancora affascinante. *** Con i lavori dell’Eretteo, il Balanos si era acquistato il plauso di scienziati e di artisti e fama di metodo sicuro, di moderazione e di finissimo gusto. Allora egli fu incaricato di dedicare le sue cure a un altro insigne monumento dell’Acropoli, i Propilei di Mnesikles, costruiti, per volere di Pericle, dal 437-36 al 433-32 a. C. Le vicende di questa regina di tutte le entrate (sotto un certo aspetto il capolavoro architettonico dell’arte greca) furono

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Fig. 10. - I PROPILEI, NEL 1750, SECONDO STUART E REVETT. anche più drammatiche di quelle dell’Eretteo. Alla fine del sec. XIII della nostra era, i Propilei erano ancora quasi intatti, ma poi, dopo essere stati probabilmente utilizzati dai De la Roche, divennero sede dei Duchi d’Atene, quando il Ducato fu dato alla grande famiglia fiorentina degli Acciaioli e specialmente al tempo del Duca Antonio, bastardo del Duca Nerio, al quale succedette nel 1394. La famiglia Acciaioli fu portata in Levante dal grande Nicolò, l’uomo più potente del suo tempo, Gran Senescalco del Regno di Napoli, signore di Corinto e Calamata, che, vissuto dal 1310 al 1365, dorme il suo sonno glorioso nella solenne Certosa da lui fondata in Val d’Ema, presso Firenze. Nella trasformazione dei Propilei si utilizzò principalmente l’ala sinistra, cioè la Pinacoteca, dentro e intorno alla quale sorse il vero e proprio palazzo ducale (fig. 10). Ancor oggi si vedono i fori per le travi delle sale superiori. In quegli anni fu costruita nell’ala destra, quella cioè a mezzogiorno, la grande torre quadrata, detta Torre franca (fig. 9), che fu demolita soltanto nel 1874 a spese dello Schliemann (4). Nonostante che l’era della feudalità latina in Grecia fosse ormai sul finire, i quarant’anni di governo di Antonio Acciaioli furono saggi e prosperi e gli storici ricordano la sua magnificenza e lo splendore della sua corte, che continuò con il nipote Nerio Acciaioli, allevato dalla madre Margherita Baldi Malpighi, mentre gli Ateniesi amavano questa famiglia dalla dolce signoria. Ma nel 1456, tre anni dopo la caduta di Costantinopoli, Atene cadde nelle mani di Maometto II, non essendo stata sufficente la sottomissione al sultano dell’ultimo dei Duchi, Franco Acciaiuoli. I Turchi subito dopo fortificarono l’accesso all’Acropoli e altri bastioni costruirono nel 1687 prima dell’assedio dei Veneziani. Così, tra costruzioni classiche e medioevali, i Propilei costituivano un insieme assai pittoresco, come vediamo nelle antiche incisioni (fig. 8) (5). I lavori del Pittakis e del Ross subito dopo il 1834, quando Atene divenne la capitale della Grecia liberata; gli scavi dello Schaubert e dello Hansen nel 1835, quando, demolito il bastione turco, fu rialzato il tempietto di Athena Nike; le ricerche nel 1852-53 del Beulé, che riportò alla luce l’entrata romana, profondamente sepolta sotto le fortificazioni, ai piedi della scalea, con la porta che ha avuto il suo nome, tutto ciò fece sparire le aggiunte medievali. Restava la grande torre (fig. 9), demolita, come dicemmo, solo cinquanta anni fa e che appare ancora in un’incisione del 1868 (6). Ora non sarò io, archeologo e classicista, a rimpiangere le demolizioni che ci hanno dato non solo la libera visione dell’o-

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Fig. 11. - I PROPILEI E L'INTERNO DELL'ACROPOLI, IN UN'INCISIONE DEL PODESTÀ (1836). pera di Mnesikles, ma quel gioiello dell'A- thena Nike; ma, se i bastioni turchi non possono essere davvero rimpianti da nes- suno, così non è per il palazzo dei Duchi e più d’uno degli storici del Levante latino del Medioevo, impreca al vandalismo (7). Dirò di più: forse ora non si avrebbe il coraggio di distruggere un ricordo notevole del Medioevo anche per liberare il capo- lavoro dell’architettura antica. Ma, tornan- do ai Propilei, queste alterazioni non avreb- bero distrutto l’edifizio antico, forse anzi, murando gli intercolunni, avrebbero con- tribuito a conservarcelo, se i Turchi non ne avessero trasformato la parte centrale in polveriera, che, per la caduta di un fulmine, saltò in aria nel 1645 (8), distrug- gendo tutta la parte superiore del monu- mento. Non solo, ma dei massi caduti fu fatto scempio (9). Infatti nel 1750, come vediamo da un disegno del Revett (fig. 10), esistevano an- cora i capitelli delle colonne della facciata anteriore e un pezzo dell’architrave; tutto sparì per i vandalismi turchi e i danni degli assedi del 1821 e 1826. Un capitello è al Museo Britannico con parte del fregio dorico. La facciata interna invece, dalla parte dell’Acropoli, restò in condizioni un po’ migliori, benchè in gran parte interrata. In una graziosissima veduta del 1836 (10) vediamo l’interno dell’Acropoli (fig. 11) aneora tutto pieno di casette, tra le quali sorgono il Partenone e l’Eretteo. Dei Pro- pilei stessi, semi-interrati, un capitello e